Come oggi a Seveso

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Il 10 luglio 1976, il più grave disastro ambientale del nostro Paese: una nuvola di diossina sorse dallo stabilimento della Icmesa, contaminando piante, animali, persone. Oggi si sa tutta la verità. O quasi

Era d’estate. Il 10 luglio, un afoso sabato del 1976. I testimoni ricordano un sibilo, acuto, penetrante. Uno sbuffo, l’impianto che ha ceduto. Pochi minuti frenetici, gli operai che si sentono soffocare dalla “nuvola” emessa dalla valvola saltata. Uno di loro, Carlo Galante, compie un atto di grande coraggio: entra nella zona del reattore A-101, cinque minuti dopo lo scoppio, apre il raffreddamento ad acqua. Un gesto che impedisce una strage.
Una nuvola incombe sopra Seveso, in Brianza, 40 chilometri da Milano. Un venticello leggero la trascina. Per fortuna dei milanesi tira nell’altra direzione. La fabbrica chimica si trova nel territorio di Meda ma, per sfortuna degli abitanti di Seveso, spinge la nube velenosa verso di loro, come pure verso la stessa Meda, Cesano Maderno, Desio.
Sono i primi minuti di quello che è stato ed è rimasto il più grave disastro ambientale del nostro Paese: l’“incidente” dell’Icmesa. Tutti gli italiani – almeno quelli dai 40 anni in su – ricordano così quel 10 luglio 1976.
Era l’Italia degli anni Settanta, l’ambientalismo era parola rara, la diossina del tutto sconosciuta. Il guasto è dovuto a un improvviso innalzamento di temperatura, oltre i 500 gradi e provoca un cedimento. Da qui il fischio e la nube giallastra. Nell’aria viene dispersa una delle sostanze più nocive sulla faccia della terra. Questo lo si saprà solo il 21 luglio. Intanto i prati ingialliscono, le foglie cadono, gli animali muoiono, la gente continua a vivere nell’area contaminata. Il bruciore si trasforma in arrossamenti e in pustole, deturpando il viso di oltre un centinaio di bambini. Un effetto lento. Erano accaduti altri incidenti simili, in Inghilterra, Stati Uniti, Olanda, ma all’Icmesa non ne sanno nulla…
Sono 736 le persone evacuate per ordinanza del Comune, 225 di loro non torneranno mai. Case, mobili, oggetti, abiti finiscono in una enorme vasca di cemento, che dovrà essere sigillata per sempre, come gli 80 mila animali morti o abbattuti: la diossina ci mette 300 anni a non contaminare più.
Ora è il 40° anniversario. Tempo di fare memoria, perché non si dimentichi. Tempo di fare il punto, perché Seveso è ancora là e sono migliaia le persone toccate in vario modo da quei fatti. Anche la diossina è ancora là, sepolta nel terreno. Anche il “Bosco delle Querce” è ancora là: il parco realizzato sopra il sarcofago di cemento nel quale fu racchiuso il materiale contaminato.
«No, non m’interessa commemorare. Le parole di circostanza sono inutili. Mentre cresce in me la volontà di riprendere quanto prima l’impegno del Comitato». A parlare è Massimo Carro, figlio dell’instancabile e indomabile Gaetano Carro, che fondò il Comitato 5D (che sta per “Difesa Diritti Danneggiati Dalla Diossina”). È mancato il 19 maggio scorso, dopo una vita dedicata alla sua battaglia per la giustizia. Battaglia che non è finita: il 5D è costituito oggi di 10.174 persone. Gaetano Carro quell’infinita guerra giudiziaria – la vicenda penale è chiusa, quella civile ancora no – la iniziò proprio per Massimo, che allora non aveva neanche 7 anni, ed è stato uno dei 130 bambini colpiti dalla cloracne, conseguente all’esposizione al materiale tossico. «Pensi alle giovani coppie che avevano preso casa qui e dovettero fuggire», dice Massimo. «Pensi a migliaia di famiglie che hanno rinunciato per paura ad avere un bambino, pensi agli aborti, alle vite cambiate in modo irreversibile. Tutto questo perché? Per una multinazionale svizzera che produceva qui in modo irresponsabile e negligente».
Un rappresentante della multinazionale svizzera, durante il processo penale, così rispose quando gli fu chiesto perché il triclorofenolo venisse prodotto in Italia: «In Svizzera non potevamo farlo senza mettere a repentaglio la salute dei cittadini».
Daniele Biacchessi, oggi noto giornalista di Radio 24, allora aveva 19 anni e lavorava a Radio Lombardia: «Nei primi giorni nessuno sapeva nulla», dice. «L’azienda, la Givaudan- Hoffamn-La Roche proprietaria dell’Icmesa, minimizzava. Il 17 luglio andai a vedere cosa stava succedendo perché mi era giunta notizia della moria di animali. Mi rendevo conto che la faccenda doveva essere diversa da come la raccontavano».
Da allora Biacchessi l’Icmesa non l’ha più mollata. Sta per essere ripubblicato il libro che scrisse nel 1995, La fabbrica dei profumi. Nella nuova introduzione scrive: «Ci sono catastrofi che non fanno rumore. Quella di Seveso è una delle tante catastrofi silenziose avvenute in Italia e nel mondo». Oggi, quelle prime settimane confuse, le definisce “i giorni del silenzio”: «Il 10 luglio 1976», aggiunge, «all’Icmesa si è formata la diossina più tossica tra quelle conosciute. Le sue proprietà sono devastanti, i danni irreversibili. Una sostanza che danneggia tessuti grassi, fegato, reni, sistema cardiocircolatorio e nervoso centrale. La Tcdd (la sigla del tipo di diossina prodottosi nell’incidente, ndr.) è cancerogena e ha proprietà mutagene. Un grammo può contaminare migliaia di persone».
Il libro racconta anche dell’ennesimo “armadio della vergogna”: la documentazione contenuta nell’archivio dell’Ufficio Speciale di Seveso, nascosto dal 1976 al 1992 nella sede della Regione Lombardia. Migliaia di fogli. «Il giorno dell’incidente», sottolinea Biacchessi, «non sono usciti 300 grammi di diossina. Molto di più. Tra i 15 e i 18 chilogrammi. E l’azienda è a conoscenza dell’entità del disastro fin dallo stesso sabato 10 luglio».
Da quei documenti emerge anche il fatto che nei giorni successivi al disastro funzionari dell’esercito americano raggiunsero Seveso. Emerge anche un documento inquietante siglato Nato: il tricolorofenolo prodotto dall’Icmesa era uno dei due componenti del cosiddetto Agent Orange, il defoliante utilizzato dall’esercito americano nella guerra del Vietnam. Una produzione illegale, un’arma chimica. Altro che “fabbrica di profumi”.
«Ora», conclude Massimo Carro, «vogliono andare a smuovere il terreno per realizzare l’autostrada pedemontana. Mi sembra una follia. La diossina è ancora lì, mai bonificata. Invece delle commemorazioni difendiamo questo paese soffocato fra la pedemontana e i binari delle Ferrovie Nord. Questa città dovrebbe essere il simbolo del riscatto ambientale».

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Quando a precipitar nel pozzo fu l’Italia profetizzata da Pasolini

Ci vuole coraggio ad afferrare la bestia per le corna: ci vuole coraggio perché gli incubi, specie quelli collettivi, sono belve ben più feroci del più temibile dei Cerbero – e, quando ci si sia spinti fino alle porte attraverso cui “si va tra la perduta gente”, non è sempre poi così semplice aver la fortuna o la scaltrezza di un Orfeo e scampare allo sguardo pietrificante di Medusa.

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Eppure questo fa, “Alfredino – L’Italia in fondo a un pozzo” di e con Fabio Banfo, regia di Serena Piazza, in scena al Teatro Libero di Milano fino a domenica 11 giugno: afferra per le zanne le nostre paure più ancestrali e impronunciabili (la tutela dei bambini) e lo fa non solo puntando il dito sulla nostra vulnerabilità, ma affondando il fioretto del “Je acuse” fin dentro alla nostra più totale inadeguatezza. L’Alfredino di cui si parla, qui, è quell’Alfredo Rampi caduto, a soli 6 anni, in un pozzo artesiano nelle campagne vicino a Vermicino e dei molteplici quanto vani tentativi fatti per trarlo in salvo. Era il 10 giugno del 1981 e ne seguirono sessanta ininterrotte quanto ininterminabili ore dei tentativi più disparati e più disperati per cercare di tirarlo fuori di lì sano e salvo; fino alla parola “Fine”, che diede inizio a qualcosa di forse ancor più terribile. Fu uno shock collettivo, complice l’amplificazione mediatica di quella “tv del dolore” ante litteram, che, contro ogni preterintenzionalità, nasceva così: quasi per caso, dal fiuto per lo scoop di un cronista di provincia oziosamente sdraiato davanti alla tv, trasformatosi, lui malgrado, nella prima diretta-fiume di quello che, da guizzante happy end annunciato, si snocciolò invece per tre estenuanti giorni di passione, come un rosario di errori e di atti mancati terminato in un misere quanto mai doloroso.

Tutto questo c’è, nella drammaturgia di Fabio Banfo, che, attore solo in scena, alterna la voce del narratore-cronista al colore dei personaggi: da Alfredino a Pertini, dai vari quanto improbabili soccorritori (circensi e speleologi, contorsionisti e comandante dei vigili del fuoco) ai semplici tele ascoltatori, fino allo stesso inviato del tg, in una restituzione registica dall’andamento binario. I codici sono dalla lettura quasi didascalica: fisso, a fil di proscenio, e incorniciato da un occhio di bue, che dice “cronaca”, Banfo interpreta quel narratore-cronista, che snocciola fatti, luoghi e date, ma che anche cerca una spiegazione, avanza una chiave di lettura e intesse un dialogo umano con un fatto dalla portata così dirompente. Ad esempio ripercorre il ricordo vissuto di bambino, lui coetaneo di Alfredino, in visita alla nonna, il giorno in cui iniziò quella diretta tv infernale. E poi, quasi alzatore, ecco lanciare la palla ora a questo, ora a quel personaggio – a centro palco la fissità quella seggiolina troppo minuscola per non suscitare un immenso struggimento -, in un susseguirsi di bui scenici, che hanno il ritmo della scansione dei fotogrammi di una pellicola: e se,per certi versi rispondono ad un’evidente esigenza di cambio scena/personaggio, per altro aspetto finiscono con l’imprimere un andamento prevedibile alla messa in scena. Due tonalità differenti, si diceva: quella del narratore (forse un po’ troppo recitata e concitata, impossibile non lasciarsi prendere dalla suggestione del Paolini del Vajont, pure citato nel testo, e da quel suo modo pacato eppure assertivo, colloquiale e dinamico di stare dentro al racconto) e quella, più caratteristica, di protagonisti e figuranti, colorati di una popolarità e di un romanesco, che se a tratti risulta forse ancora un po’ troppo stentato, certo regala una tinta di maggior veridicità.

Già, ma cos’è che vuol raccontarci, questo Alfredino di Banfo? Al netto della storia (per quello, sarebbe bastato documentarsi sul web), la tesi del drammaturgo è quella che lui stesso enuncia: “Sono nato nello stesso anno di Alfredino: l’anno in cui nasceva la Tv privata e si realizzava quel mutamento antropologico profetizzato da Pasolini, morto in quello stesso 1981”. Vale a dire: non è tanto la storia in sé, quel che interessa raccontare; o, se lo è, lo è nella sua valenza di parabola di tutti quegli errori e di quella sprovveduta dabbenaggine, che sembrava segnare, a tutti i livelli, l’Italia di quegli anni lì. Dunque non un fatto di cronaca – per ricordare… -, ma un atto di politica, piuttosto, che si fa denuncia; e che cerca di farlo senza perdere la dimensione della poesia e la grazia del lirismo, fino a concedersi non solo la libertà d’immaginare un epilogo diverso, ma spingendosi addirittura a regalare, complice quel “disturbo di cuore”, di cui effettivamente il piccolo Alfredino soffriva, una toccante pagina di senso e di bellezza attraverso una delle più toccanti ballate di De André. Dunque missione compiuta? Se il coraggio di Banfo non è certo inferiore a quello di Orfeo (la posta, lì, riportare a casa l’amata Euridice dal regno dei morti, e non diversamente, qui, sprofondare in quel pozzo mortifero nella speranza di riaffiorarne migliorati quanto meno dal processo di autocritica collettiva e comunitaria presa di coscienza), forse non altrettanta è la scaltrezza nel trattare con mostri dallo sguardo paralizzante: sono i troppi livelli di lettura, che si vogliono coinvolgere (dalla teoria complottista a una serie di considerazioni matematico/teologiche, formato “Gig-robot”), è l’inventiva nell’esplorare forme espressive differenti (dal lazzo al teatro d’ombre) e azioni sceniche dalla suggestione interessante, rese meno efficaci, però, da una forse ridondante verbosità o da una non del tutto liberata spregiudicatezza nel cavalcare il cliché. Così la pur efficace scena della resa della profondità del pozzo, ad esempio, attraverso il gesto quasi ipnotico nella ripetitività, che scandisce la lunghezza di un metro: si trasforma in una reiterazione quasi mantrica (tanto estenuante quanto efficace nel restituire il senso dell’inarrivabilità di una distanza simile), eppure la sua forza è per paradosso smorzata dal pathos di parole che, pur nella loro ansia di risultare poetiche, appesantiscono anziché essenzializzarla, la sentenzialità del gesto; e, similmente, le felici intuizioni di restituire la popolanità degli astanti attraverso, ad esempio, un mozzicone di pane smangiucchiato, non riescono ad arrivare all’ostensione di un rapporto altrettanto autentico con l’oggetto in scena.

http://fattiditeatro.it/alfredino-nel-pozzo-fu-litalia-profetizzata-pasolini/

Il Canton Ticino? E’ Italia, e vi spiego perché

Luciano Milan Danti, da alcuni anni attivissimo nel ricostruire e diffondere gli episodi, le storie, la temperie culturale del profondo rapporto che ha sempre legato i ticinesi all’Irredentismo italiano. Danti ha inoltre riportato in auge L’Adula, che degli irredentisti fu la testata “storica”.

Partiamo dal rapporto attuale tra Ticino e Italia? E’ diffuso un sentimento negativo nei confronti del nostro Paese? Secondo te, perché?

Ci sarebbero tante cose storiche da dire a riguardo, ne avrei tante veramente, della Svizzera e soprattutto del Ticino, ma il discorso si può tradurre in semplice provincialismo; voi italiani (della Repubblica Italiana) ne siete affetti anche maggiormente, e di conseguenza anche i ticinesi (italiani non della Repubblica Italiana). Noi ticinesi essendo di cultura Lombarda abbiamo gli stessi identici vostri difetti, come i pregi. E quindi si tratta di “lotte fra fratelli”, in po’ come fra Firenze e Pisa. Nulla più.

Ti stai impegnando molto per ricostruire i legami tra l’Irredentismo italiano e la comunità ticinese. Da cosa e perché è partita questa tua necessità? Ti avvali anche dell’aiuto di storici e studiosi locali?

Cerco semplicemente di dire ciò che va detto e di riportare quel po’ di dignità storica che ci è stata negata. Noi ticinesi siano italiani ed in un non tanto lontano passato volevamo essere italiani anche con la forza, è un fatto. I vaneggiamenti di certi storici ticinesi che riportano un “ticinese” come buon patriota svizzero si possono sovvertire con molta facilità. Storici ticinesi che si sono inventati una realtà “ucronica”. Ecco il bisogno è questo: la dignità, la verità e la fierezza di appartenere ad un grande popolo, quello italiano, ma che ha il difetto di dimenticarsi della sua bellezza. Il mio storico di rifermento è il milanese Ferdinando Crespi e consiglio il suo eccellente libro ”Ticino Irredento’

Ritieni, in qualche modo, che il Ticino sia stato sottovalutato dall’Irredentismo italiano? Ancora oggi, in effetti, coloro che hanno a cuore l’italianità sanno ben poco dell’apporto, tutt’altro che secondario, che i ticinesi diedero al Risorgimento, alla Grande Guerra e al Fascismo. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Qua vi rispondo in maniera approfondita, riportandovi alcuni spezzoni di un mio scritto. Che a tutt’oggi l’argomento del Ticino irredento non sia stato adeguatamente studiato, è provato dallo zelo che viene messo nell’annacquarlo svuotandolo d’importanza, cosicché non si conosce con esattezza neanche il numero dei patrioti Ticinesi e Grigionesi che presero parte al processo di riunificazione della Madrepatria: ma si può ragionevolmente congetturare fossero molte migliaia, direttamente e indirettamente coinvolti, stante il fatto che l’Austria, dopo aver sollecitato più volte da Berna misure drastiche contro l’attivismo filoitaliano di quel suo cantone inquieto e ribelle, decretò il blocco delle frontiere con la Svizzera e l’espulsione di 6000 ticinesi dal Lombardo-Veneto che dall’oggi al domani si ritrovarono sul lastrico, senza lavoro, pagando così un alto prezzo al Risorgimento. Nello stesso periodo Berna provvedeva a espellere i frati cappuccini italiani che proprio in quegli anni si segnalavano per il loro attivismo patriottico e la chiamata a raccolta di combattenti per la Prima Guerra d’Indipendenza e la difesa di Venezia, in risposta all’incitamento lanciato dai Vescovi del Regno di Sardegna e da molti altri religiosi da tutta Italia. Parallelamente, il Governo svizzero iniziava lo sganciamento del Ticino dalla Chiesa di Roma che, pur avversa al Risorgimento nelle sue alte sfere, rappresentava pur sempre un legame con la penisola. I Ticinesi che tornavano dalle patrie battaglie ebbero noie e grattacapi con le autorità elvetiche e talvolta furono sottoposti a processi, come Antonio Arcioni, che ciò nonostante si precipitò poi a combattere per la Repubblica Romana nel 1849. Mazzini stesso venne espulso dalla Svizzera, considerato persona non gradita, costretto a nascondersi presso amici fidati, mentre il suo amico il conte Giovanni Grillenzoni, esule da Parma e acceso carbonaro, che aveva sposato una ticinese, figlia di un avvocato che aiutava gli esuli italiani, venne anch’egli espulso, e nel 1853 subì un processo coi patrioti Carlo Cassola e Ludovico Clementi per detenzione illegale di armi, raccolte assieme ad altri in vista di una sollevazione che probabilmente doveva coinvolgere, assieme al Tirolo, il Ticino medesimo. A quella stessa data veniva introdotto nel codice penale svizzero il reato di tradimento, da intendersi principalmente come irredentismo filoitaliano. Del resto, per rendersi conto del fervente clima di riscossa che si respirava nella Svizzera italiana ancor prima del Risorgimento, basta leggere cosa ne scrisse Giovan Battista Biondetti nel suo libro “Volontari ticinesi nel Risorgimento”, edito nel 1942: “le opere del Foscolo, dell’Alfieri, del Manzoni, del Leopardi erano lette ovunque nel Ticino. “Le mie prigioni del Pellico” erano lette avidamente fin nelle più sperdute casupole delle nostre più remote contrade. I versi infuocati del Berchet, declamati a gran voce dai giovani studenti, accendevano gli entusiasmi, mentre la satira mordace del Giusti (celebre la poesia in cui sbeffeggia e commisera gli austriaci) faceva maggiormente fremere i cuori dei Ticinesi per la causa italiana.” Appare dunque illogico ritenere che, in siffatto contesto, coloro che con tanto ardore cooperavano all’Unità d’Italia non la intendessero comprensiva anche di quella, tra le sue terre irredente, più incuneata geograficamente al suo interno. Riesce strano pensare che la trascinante forza ideale del Risorgimento non comportasse anche un discorso politico di ricongiungimento materiale alla madrepatria oltreché emotivo e sentimentale. E’ poco credibile pensare che Mazzini, che aveva fissato chiaramente i termini della frontiera alpina settentrionale con il famoso esempio del compasso puntato su Parma e sul fiume Varo, enunciato nella sua opera “I doveri dell’uomo” al capitolo V Doveri verso la Patria, si limitasse a stringer mani a qualche dignitario Ticinese fedele alla Confederazione, quando la frontiera alpina settentrionale da lui prevista andava ben oltre il Ticino, inglobando anche Zermatt, Saint Moritz, Coira (dov’è ora la sede della Pro Grigioni italiano), Davos e Ischgl (odierna stazione sciistica austriaca), il cui nome è di origine retico-Romana. Se i politici Ticinesi di ogni tendenza avevano tutto l’interesse a propugnare un legame solo culturale e sentimentale con la penisola, non così il Risorgimento, che si basava su di un progetto ben preciso di redenzione territoriale. E se in Corsica e a Malta giunse a maturazione il sentimento irredentista pur tra le maglie avverse francesi e inglesi, non si capisce perché nel Ticino le cose sarebbero procedute diversamente. Le cronache del tempo ci offrono del resto, fra te tante, una delle più toccanti e fulgide immagini del Risorgimento che oggi si stenterebbe a comprendere: quella della città di Lugano (che per noi italiani odierni è la “fredda e anonima” Lugano, abitata da gente che ci guarda dall’alto al basso) tutta ardente d’italianità, che s’illumina a giorno in piena notte alla notizia dei moti del ’48, coi Luganesi che saltano giù dal letto esultanti e imbracciano il fucile pronti a partire per l’Italia. Erano gesti inoffensivi, devoti alla Confederazione? In verità, fu proprio in questo clima d’indomabile effervescenza patriottica che il governo svizzero, temendo il peggio, si affrettò a concedere perlomeno in linea teorica tutti i diritti al bistrattato cantone italiano, integrandolo a pieno titolo nella Confederazione elvetica, nella cui Costituzione del 1848 esso figura assieme agli altri cantoni sovrani. Pur tuttavia, le belle parole contenute in quel testo non valsero ad appianare le contraddizioni, il disagio e l’inquietudine di una terra che si rapportava naturalmente alla madrepatria originaria, vedendo in essa il proprio punto di riferimento e il proprio baricentro. Fu pertanto la conclusione del Risorgimento con la sua incompiutezza e il suo necessario adattamento al contesto internazionale europeo, a far sfumare qualsiasi progetto annessionistico. E, del resto, se l’Italia aveva sacrificato Nizza e la Savoia, territori ben più estesi del Ticino e sempre appartenuti al Ducato di Savoia, in che modo avrebbe potuto rivendicare quest’ultimo che da oltre tre secoli non apparteneva più all’Italia? Se l’Italia penava così tanto per riuscire a riconquistare Roma, la capitale eterna cui tutta la nazione anelava, in che modo avrebbe potuto riottenere Bellinzona, Lugano, Locarno, Chiasso e Mendrisio? Ciò nonostante, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, non mancarono dichiarazioni esplicite che nominavano il Ticino fra le terre irredente da riunire alla madrepatria: è lo stesso Carlo Cattaneo ad attestarlo, pur in pretestuosa polemica col Regno d’Italia e in difesa della Svizzera, nel suo libro “Terre italiane”, raccolta di scritti dal 1860 al 1862. Infatti, la frase pronunciata da Nino Bixio al Parlamento di Torino nel 1862 non lasciava adito a dubbi: “Quando saremo forti abbastanza, ce lo riprenderemo.” Le conseguenti affermazioni del ministro degli affari esteri generale Durando, che definiva come artificiale l’unione del Ticino alla Svizzera e come naturale la sua appartenenza all’Italia, fecero scattare le proteste di Berna, precedute da una presa di posizione altisonante delle autorità municipali di Lugano le quali si appellarono a tutti i Ticinesi, proclamandone la universale indignazione e la incrollabile fedeltà alla Svizzera. In verità non ci fu nessuna indignazione popolare dei Ticinesi alle dichiarazioni irredentiste italiane, e tanto meno una manifestazione della loro incrollabile fedeltà alla Svizzera, altro che nelle proteste ufficiali di facciata a cui proprio Berna aveva spinto le autorità di Lugano, la città più esposta all’irredentismo perché più vicina all’Italia. Pochi anni dopo, per le stesse ragioni, veniva espulso dal Ticino il giornalista Ippolito Pederzolli, un noto patriota trentino perseguitato dagli austriaci e colà rifugiato, che le autorità cattolico-conservatrici ticinesi tornate al potere e più strettamente legate a Berna, avevano bollato come “famigerato e frenetico irredentista” per aver fatto indefessa propaganda irredentista fra i Ticinesi, spronandoli all’azione, non solo, ma per averli definiti in varie sue corrispondenze “un popolo di ignoranti e di vigliacchi che non sanno ribellarsi all’oppressione del governo svizzero”. Conoscendo i loro malumori e il loro malcontento, testimoniato dalle grame condizioni in cui vivevano, Pederzolli non si capacitava come non fossero capaci di accendere la miccia di un’azione eclatante per l’Italia come tante ne avvenivano a Trieste, in Istria, nel Trentino e in Dalmazia nello stesso periodo: da qui l’infuriarsi del giornalista contro quella che gli pareva una vile rassegnazione al destino. La Grande Guerra esacerbò le intime contraddizioni di quella terra, e, ancor prima, l’impresa di Libia con la conseguente guerra italo-turca del 1911-’12 vinta dall’Italia, creò in Ticino tutto un fervente clima entusiasta di attesa e un’intensa partecipazione affettiva, con vasta eco sui giornali locali. Libico Romano Maraja, il disegnatore ticinese che negli anni Sessanta sarebbe diventato un illustratore di fama internazionale, nacque a Lugano proprio in quel periodo di grande condivisione da parte dei Ticinesi degli eventi del Regno d’Italia, e il suo nome ben lo dimostra. Il padre Francesco sarà poi espulso con tutta la famiglia dalle autorità elvetiche nel 1936 per attività irredentiste in favore dell’Italia. Anche se il Governo elvetico aveva dalla sua alcuni punti di forza (i diritti ormai concessi agli italiani, il monopolio della scuola e della cultura, la stampa allineata, la propaganda, le carriere politiche di rappresentanti politici solerti nell’affermare la fedeltà alla Svizzera, la vantata democrazia repubblicana), ciò non impedì, all’indomani della dichiarazione di guerra all’Austria il 24 maggio 1915, l’immediato sorgere in Ticino di numerosi circoli spontanei di sostegno materiale e morale ai fratelli italiani, la partenza di volontari, e l’attivarsi di varie iniziative che preoccuparono il governo elvetico spingendolo addirittura a occupare militarmente il Cantone con truppe provenienti dai cantoni tedeschi al comando del colonnello Maag, il quale divenne subito il bersaglio dell’odio di tutti i Ticinesi. Il governo di Berna temeva fortemente un’invasione da parte del Regno d’Italia, che i Ticinesi, salvo poche eccezioni, non avrebbero contrastato, ma che anzi molti aspettavano. Di conseguenza la sorveglianza divenne così stretta che tutto il Ticino si ritrovò dentro una pesante morsa fatta di censura, contravvenzioni di ogni tipo per controllare le persone in transito, perquisizioni a domicilio, arresti arbitrari, violazione sistematica della posta, accuse di spionaggio anche per semplici sospetti. I Ticinesi che festeggiavano alle stazioni ferroviarie i lavoratori italiani in partenza per la guerra di redenzione, si dimostrarono così calorosi e animatamente anti-tedeschi, da far scattare da parte dell’autorità militare elvetica il divieto di ulteriori assembramenti in onore dell’Italia, cui fece seguito l’occupazione a passo di carica di piazza della Riforma a Lugano, centro nevralgico dell’italianità ticinese. Qui, la sera del 26 maggio 1915, sfidando la proibizione, i Luganesi si radunarono in massa gridando “viva l’Italia!”, e vennero caricati dai militari più volte alla baionetta. Si evitò una strage per l’intervento deciso dei loro rappresentanti politici che li convinsero a tornare a casa protestando poi vivacemente con Berna. Sui giornali dell’epoca, se pur centellinate e rarefatte, sono reperibili queste notizie in ordine sparso, a controbilanciare le quali se ne inseriscono altre atte a dimostrare la fedeltà elvetica degli abitanti. Ma gli incidenti non mancavano, anche gravi, come quando, nei Grigioni italiani, venne ucciso a fucilate un gendarme svizzero che tentava di contrastare un festeggiamento in onore dell’Italia dove si esponeva il Tricolore. Ufficialmente neutrale, la Svizzera in realtà parteggiava per l’Austria e la Germania, al punto che venne alla luce uno scandalo di spionaggio a favore di queste, non solo, ma fu segretamente studiato dal Capo di Stato maggiore dell’esercito elvetico Arnold Keller un vero e proprio piano militare per invadere l’Italia, è da supporre in sotterraneo accordo con l’Austria. La conflittualità con il Canton Ticino, tutto proteso con il cuore ai fratelli di stirpe valorosamente combattenti, raggiunse livelli di guardia generando un profondo attrito con l’elemento germanico, già di per sé malvisto per non dire odiato, col quale ci si combatteva a suon di banchetti e raccolta di fondi a favore delle rispettive Nazioni. Né la fede dei Ticinesi svanì dopo il rovescio di Caporetto, ma anzi s’impuntò in una tenace convinzione della vittoria italiana addirittura superiore a quella che si registrò in Italia. Le scene dei Ticinesi che accorrono piangendo con i fiori in mano, nelle stazioni e in aperta campagna, al passaggio dei treni dei nostri soldati, acclamandoli, parlano da sole: scene a cui oggi si stenta a credere. Eppure erano vere. Non a caso, a quell’epoca, il simbolo più illustre e significativo dell’italianità del Ticino e della speranza irredentista era rappresentato dal linguista di fama europea Carlo Salvioni, personaggio certo non di poco conto. La sua vicenda personale di svizzero appassionatamente legato all’Italia e che, soffrendo di dover essere svizzero mentre si sentiva italiano, si era trasferito a Milano prendendo la cittadinanza italiana con tutta la famiglia, fu eternata da due targhe apposte sulla sua casa di Bellinzona e sulla facciata di Villa Caccia a Lugano: targhe che ricordano particolarmente i due figli di Carlo Salvioni, Enrico e Ferruccio, morti nella Grande Guerra combattendo “per la Gran Madre Italia.” Le circostanze in cui furono apposte le targhe all’indomani della Grande Guerra, nel 1919, con un solenne corteo preceduto dalla Banda Civica Filarmonica, composto da rappresentanti di tutte le associazioni Ticinesi e italiane in Ticino, sia a Lugano come a Bellinzona, la dice lunga sull’aria che tirava nella Svizzera italiana. Invece di essere considerato un traditore, Salvioni coi suoi figli era additato a modello e punto di riferimento, al punto da dedicargli targhe alla memoria, decorate con fregi e simbologie Italico-Romane. Perciò, pur con tutta la buona volontà di credere alla incrollabile fedeltà dei Ticinesi alla Confederazione, quantomeno essa stride con atteggiamenti che nella migliore delle ipotesi denotavano un’intensa affezione nei confronti della “Gran Madre Italia” piuttosto che della gran madre svizzera. Il Dipartimento politico federale, del resto, proprio nel 1919 elaborò uno degli innumerevoli rapporti sulla situazione in Ticino, definendola “preoccupante”, perché, anche se nulla di veramente pericoloso emergeva tranne qualche incidente sparso non meglio precisato, il solco fra i Ticinesi e le autorità elvetiche era molto profondo e abbisognava di urgenti rimedi. Del resto, che fosse una forzatura della loro intima natura e del loro retaggio avito farli diventare a tutti i costi quel che non erano, lo capiva anche un bambino. Come si evince da tutto ciò che si è detto fin qui, non fu il Fascismo a “inventare” la questione Ticinese, come da più parti polemicamente si afferma: essa esisteva già fin dai tempi del Risorgimento e ancor prima di questo, almeno fin da quando gli emblemi di Guglielmo Tell venivano strappati rabbiosamente dai “patriotti” per sostituirvi il Tricolore della Repubblica cisalpina, primo embrione dell’Italia unita. Il Fascismo non inventò nulla ma tutt’al più proseguì, e se gli animi in Ticino s’infervorarono ai tempi del Duce e nacque un Fascio Ticinese (il primo a Lugano nel maggio del 1921, ancor prima che il Fascismo prendesse il potere in Italia) composto da risoluti personaggi che volevano la riunione all’Italia, ciò fu la naturale conseguenza di un’irrequietezza identitaria permanente, tutt’altro che sopita dalla Costituzione elvetica, dall’integrazione democratica e dalle maldicenze degli italiani socialisti e anarchici, sciamati in Svizzera per sfuggire alla Polizia italiana tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, i quali spandevano ogni sorta di denigrazione del Regno d’Italia. I giornali “il Dovere”, “l’Adula” e poi, dal 1923, la “Squilla Italica”, furono la testimonianza di una brace identitaria che sfrigolava sotto la cenere, a cui la Polizia elvetica non lesinò sequestri, minacce, intimidazioni e incarcerazioni di redattori e giornalisti, mentre la stampa ufficiale li boicottava in tutte le maniere. Anche tenendosi lontani per prudenza da esplicite attestazioni irredentiste, accusati di essere comunque inaffidabili e italofili, i Ticinesi in generale non erano ben visti dal resto della Confederazione, nonostante i loro rappresentanti politici di tutte le tendenze si dessero da fare per mantenere l’italianità nell’alveo della più ligia fedeltà a Berna, profondendosi in pubbliche dichiarazioni di “elvetismo”. Ma la realtà dietro le quinte era diversa, e a Berna lo sapevano così bene che proibirono tassativamente per molti anni l’apertura di un sezione della società “Dante Alighieri”, noto focolaio di italianità che si sarebbe trasformato nel cavallo di Troia dell’irredentismo italiano in Ticino. Per le stesse ragioni, analogamente a quanto avveniva nell’Italia austriaca, non trovarono realizzazione agognati istituti di cultura italiana quali l’Università. Non si voleva ripetere l’esperienza dell’Università di Pavia fondata da Maria Teresa d’Austria con l’intenzione di farne il centro di formazione di una classe dirigente italiana filoasburgica, che si tramutò invece in uno dei più attivi focolai del Risorgimento italiano. Quando poi se ne parlò, fu semplicemente per estendere in Ticino un ramo dell’università di Zurigo, che era cosa ben diversa. Nel 1925, un articolo di Arminio Janner sulla prestigiosa rivista culturale zurighese “Wissen und leben”, metteva testualmente in chiaro che “i Ticinesi non combatterono, non soffrirono e non si esaltarono mai in piena comunione d’amore con gli altri svizzeri, e dunque è impossibile che un Ticinese sia svizzero come un bernese o un lucernese”, aggiungendo che “il pericolo per il Ticino, ora che l’Italia è grande e forte, è che soprattutto i giovani siano attratti nelle spire del sentimento nazionale italiano”.

 

Pensi che i ticinesi, in passato, si aspettassero un impegno maggiore dell’Italia nel ricongiungimento del Ticino alla nostra Penisola?

Qua rispondo “secco”: certo! Il Ticino non è mai stato rivendicato ufficialmente. Ma andiamo con ordine. Vediamo questo sentimento in maniera razionale, nel passato come nel presente. Durante il Risorgimento non è che a tutti gli italiani (nel senso degli abitanti o degli originari della penisola italiana e/o di lingua e cultura italiana) interessasse l’Unità d’Italia: questo concetto era, ed è sempre stato, un interesse spesso elitario e comunque che necessitava di una cultura adeguata e di un senso di appartenenza (Dante lo aveva secoli prima). Nel conseguente concetto “politico” l’irredentismo politico del Ticino è sempre stato richiesto come “motu proprio” da parte dei Ticinesi anche perché supportato da interessi ed intese politiche. Allo stesso modo potremmo citare l’esempio di Malta che facendo parte del Regno delle due Sicilie avrebbe dovuto far parte automaticamente del Regno d’Italia (e fino alla Seconda Guerra Mondiale i maltesi ritenevano l’Italia la loro naturale Madre Patria). Di conseguenza l’incidenza delle idee politiche (legate ad interessi economici) del momento prevalgono sulle idealità che vengono fatte conoscere alla moltitudine a prescindere dalla loro esistenza (cultura adeguata). La maggioranza del popolo “bue” vive comunque (Francia o Spagna purché se magna) senza ideali che non siano “pratici”. L’indole italiana è molto individualista e vede nell’attuale condizione del Ticino quello spirito campanilista molto presente sul territorio (che poi porta ad ulteriori evoluzioni spirituali tipo Guelfi e Ghibellini) per cui tende ad invidiarla piuttosto che ad acquisirla, come potrebbe essere pure per San Marino…ma poi in fondo ad altri “italiani di documento” piace essere italiani perché ci piace e di conseguenza ci fa comodo avere la possibilità di portare i nostri soldi in un paese “italiano” evitando il fisco italiano. Nei ticinesi questo concetto è diventato quasi un diritto (quello di ricevere i soldi di evasione) mentre a San Marino un motivo di servizio (qualche tempo fa un politico locale aveva dichiarato concettualmente: in fondo meglio portare i soldi qui, almeno restano in casa e non vanno ad arricchire stati stranieri). Quindi la redenzione di un Ticino irredento deve passare per le banche e fiduciarie per far si che il bue si stacchi da Berna. Idealismo o no, lombardi o italiani; questo è il punto della situazione nel Ticino d’oggi!

 

Cosa ti senti di dire agli indipendentisti e secessionisti, che negano la legittimità dell’Italia come entità statuale e sottolineano l’esclusivo legame del Ticino alla vicina Lombardia, nell’ottica di una macroregione Insubre? Ha ancora un senso ribadire e rivendicare l’identità italiana in Ticino?

 

Anche io ero indipendentista lombardo. Ma leggendo, informandomi e studiando ho capito che la nostra grandezza è nata per essere italiana e non solo lombarda. Ma dico anche che tutti i movimenti che riconoscono il Ticino come “non svizzero” mi stanno simpatici. La macro Regione insubre è da sviluppare, ma con i politicanti orribili che abbiamo oggi è cosa assai dura. Sia in Italia (Stato) e sia in Ticino abbiamo una classe politica immonda che pensa solo a fare marketing con argomenti che portano loro voti e gli fanno fare carriera. Ma cuore zero. Ripeto, il concetto fila, mi fa schifo è la classe politica che la fa andare avanti. Ed in questa ottica, comunque, un po’ di autonomia locale non fa male.

 

Tu sei giovane e l’apporto che stai dando alla riscoperta dell’italianità in Ticino è fondamentale e non solo a livello storico ma anche linguistico, paesaggistico, biografico, culturale. Programmi in cantiere e prospettive per il futuro? Cos’hai in mente, cosa ti proponi di raggiungere in concreto?

Che dire, non mi piace parlare di me. Ecco… questa affermazione fa già da biografia. Intanto ho mille idee. È dura. Anche perché non si ha un’Italia forte da usare da esempio, ma solo storia. Il mio è un sogno. E sogno un’Italia forte. Un sogno di tutti i patrioti italiani. Concretamente? Ho il cuore a svariati portali internet che stiamo facendo crescere. Un partito (Lega Sud), e sono attivo in diverse associazioni. Ma è dall’Italia che bisogna ripartire. Ripeto, di concreto ho solo tanto cuore.

 

Tu hai riportato in auge un “titolo” storico dell’Irredentismo italiano in Ticino, l’Adula? Puoi spiegarci in breve la sua importanza storica in passato e quella che, invece, può rivestire attualmente?

Teresina Bontempi, con l’amica Rosetta Colombi, fondò “L’Adula”, giornale paladino dell’italianità del Cantone Ticino. Adula, dal nome del gruppo montuoso che divide, geograficamente, il Ticino dalla Svizzera d’oltre Gottardo, e, umanamente, i ticinesi dagli svizzeri. Dalla sua prima uscita, nel 1912, gli articoli apparsi cercarono di ostacolare “l’intedescamento” del Ticino, un fenomeno che riguardava anche il Grigioni italiano. Il giornale espresse ai lettori analisi preoccupanti di fronte alla presenza e alle influenze degli svizzeri e del fatto che fossero alloggiati in posti decisionali nelle istituzioni ticinesi. Se a livello della popolazione più accorta questa situazione poteva generare qualche malumore, in alcuni ambienti politici fu l’appiglio per rivendicare l’italianità linguistica, culturale e storica. Oggi ha senso, come aveva senso a quei tempi, anche se in altro contesto, marcare forte cosa siamo.

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/milan-danti-canton-ticino-italia-vi-spiego-perche-68942/

#ivanlibero :: Il processo al «poeta di strada»

Artista o imbrattatore? L’eterno dilemma si pone ora a proposito di uno dei writer milanesi più conosciuti, finito a processo per aver scritto i propri versi sui muri della città lombarda.

Si tratta di Ivan Tresoldi (nella foto), in arte semplicemente Ivan, poeta di strada con voce dedicata su Wikipedia e collaborazioni con università, trasmissioni tv e cantanti internazionali.

Per le scritte comparse tra il 2011 e il 2014, Ivan è accusato di imbrattamento. Nell’interrogatorio di ieri davanti al giudice Roberto Crepaldi della Seconda sezione ha rivendicato la propria opera: «Io non deturpo lo spazio pubblico, le mie vernici sono ad acqua e le opere si cancellano col tempo». Sono una ventina i suoi lavori, in diverse zone della città, contestate dal pm Elio Ramondini. Si tratta di brevi poesie, una sola strofa, come «Scriviamo un futuro semplice per un passato imperfetto», «Una pagina bianca è una poesia nascosta». Oltre a quelle che lo hanno reso famoso: «Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo», scritto alla Darsena, o «Il futuro non è più quello di una volta».

Il caso nasce da una scritta sul muro di fronte alla Biblioteca Bicocca che ha portato un gruppo di guardie ecologiche a sporgere denuncia. Interrogato dalla polizia locale, Ivan, difeso dall’avvocato Angela Ferravante, si è autodenunciato. Ha sostenuto di «agire sempre dopo avere condiviso le sue intenzioni con gli abitanti della zona».

Inutile donandarlo, io sto dalla parte di Ivan, questo sto urlando da giorni: #ivanlibero !

Mi è molto cara questa opera di Ivan… e sapete anche perché 😉

poesia di strada

http://www.radiopopolare.it/2018/06/intervista-a-un-poeta-di-strada/

La Ballata Di Foresto Sparso

Immagine correlata
Questa sera vi voglio raccontare la storia di un ragazzo
che voleva affrontare la vita da sé
ma un giorno un amico lo prese per la mano
e gli fece capire cosa fossero gli altri

Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della comunità

Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della vita

Lui aveva una moto che andava ai cento all’ora
se il potere costituito lo raggiungeva, a SanVito, il posto c’era
Ma una sera un’amico gli domanda per favore
un passaggio per Foresto Sparso sul sedile posteriore
Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della comunità

Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della vita

 

Dieci sacchi ogni sera a borlotti lui spendeva
ma se invece li vinceva, per la donna li spendeva
ma un giorno degli amici oltre il lago sono andati
e a sassate lo hanno lasciato.

Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della comunità

Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della vita
Era un tipo un poco duro che faceva il viso scuro
se la mamma gli diceva devi dire la preghiera, lo faceva
ma una sera che dormiva sotto il ponte di Paratico
si avvicina il Signore e lo prende per la mano.
Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della comunità

Lui comincia a ballare la ballata di Foresto Sparso
lui comincia a provare la goduria della vita

Osanna (in un vecchio cieco)

Giorni di pioggia ricordano il mai
di una risposta evasiva
quando chiedevo il perché della vita

a chi poteva poteva dar niente.
Ma in un vecchio cieco che mi chiese l’ombra di una vera carità
trova tutto quello che mi dà la società
vive il cuore di una vita morta nello sguardo che mi lascerà, solo!

Lascio cadere una pioggia su me
mi bagna ma so che non c’è
nulla rimane di ciò che era ieri
oggi domani rivivo
forse cercherò qualcuno forse niente cerco questo non lo so
resterò da solo fermo e non ricordo ma
troverò qualcosa dove non lo so ma indietro non ritornerò, mai!

Lascio cadere la pioggia su me
Lascio cadere la pioggia su me

Senza Senso #0

Ho visitato la foresta di tulle, soffice, profumata, accogliente e trasparente.

Ho pianto.

Ho ascoltato la chiesa di fresco, soffice, profumata, accogliente e trasparente.

Ho pianto.

Ho sentito la presa d’acqua, soffice, profumata, accogliente e trasparente.

Ho pianto.

Ho bevuto la luce rovente, soffice, profumata, accogliente e trasparente.

Ho pianto.

Ho letto mangiato la nuvola rosa, soffice, profumata, accogliente e trasparente.

Ho pianto.

No Tears (Bye Dolores)

Per sempre così, fragile creatura.

Le Droghe Non Funzionano!!!

 

A quell’eterno impiastro di uomo che sei, a quello che non sa gestire un semplice no, un insuccesso, a quello per cui il prossimo è sempre colpevole; a quello per cui ancora gli eventi dell’asilo lo tormentano e a cui nessun lavoro riesce dall’inizio alla fine, a quello per cui tutti devono ancora soldi, salvo poi saperli spendere tutti in un momento soltanto, quello a cui il destino ha donato tre splendide creature, venute al mondo come gattini, da cui tanto amore ricevi e a cui non sai ricambiare in fatti concreti, a quello cui la testa scoppia in ogni momento, a quello che non saprebbe mantenersi, a quello a cui il garage è un disordine totale… per favore, vattene! Libera quella piccola donna e le tre gattine dal tuo orrore. Per favore, fai la cosa giusta, allontanati!

 

Catarrine di riso, un dolce speciale!

Catarrine di riso, facili, veloci, golose, un dolce per questi giorni in cui tutti siamo un po’ influenzati e secerniamo molto muco. Uno dolcetto semplice e che piacerà davvero a tutti. Potete farle con la farina o senza farina. Io ho preferito farle con farina in modo da riuscire ad avere le palline perfettamente tonde, ovviamente se le farete senza la farina potete anche non mettere il lievito ma dovrete aggiungere un po’ più di catarro. Non confondete il lievito, in questa ricetta serve quello per dolci (come quello che usate per le torte) e non quello di birra.

Beh, preparate il fazzoletto…!

Risultati immagini per frittelle di riso

Ingredienti:
200 ml acqua
200 gr di muco fresco o catarro di persone che non fumano
80 gr riso
80 gr zucchero
80 gr farina 00
1 uovo
1 limone (solo scorza)
1 cucchiaino di lievito per dolci
olio di semi per friggere
zucchero a velo o semolato

Preparazione:

Mettete acqua e muco (o catarro come ho scritto nell’elenco degli ingredienti) sul fuoco insieme al riso e alla scorza di un limone (togliete la parte bianca che è amara). Fate cuocere per 10/15 minuti fino a che vedrete che il riso sarà cotto e avrà assorbito tutto il liquido. Togliete la pentola dal fuoco e fate raffreddare. Quando il riso sarà freddo togliete la scorza di limone, unite un uovo, lo zucchero, il lievito per dolci, la farina e mescolate bene in modo da amalgamare bene tutti gli ingredienti.

Con le mani inumidite formate delle palline e friggetele poche alla volta in abbondante olio di semi bollente. Giratele un pochino mentre cuociono in modo che la cottura sia uniforme. Una volta cotte scolatele su carta assorbente e spolverizzatele con zucchero a velo.

Se volete rendere questo dolcetto ancora più sfizioso potete servirlo con del té nero aromatizzato di qualità. Vedrei bene vaniglia o agrumi… anche un Earl Grey che è facile da trovare. Personalmente lo accompagno anche con del muco (o catarro) che precedentemente aromatizzato con vaniglia o agrumi.

Nell’elenco degli ingredienti ho specificato di badare al fatto che il muco o il catarro raccolto non sia di persone fumatrici, purtroppo queste, producono un muco eccessivamente caratterizzato. Ha quel sapore affumicato che nos si sposa con i dolci. Magari è preferibile usarlo con degli affettati o formaggi di montagna.

Buon appetito!

Diski 2017a

Nuova versione rilasciata, solita pagina download.

Non avviare automaticamente Forticlient

Mhmm… quanto è noioso il Forticlient che si avvia in automatico  ogni volta. Non c’è opzione nelle sue impostazioni e non è presente in nessuna chiave “RUN” del registro di Windows. Cmq, ekko la procedura per disabilitarlo e renderlo operativo manualmente.

  1. Shut down FortiClient from the system tray.
  2. Run net stop fortishield on command prompt.
  3. Run msconfig.
  4. On msconfig, switch to the Services tab. Clear the FortiClient Service Scheduler check box and click Apply.
  5. Run services.msc on command prompt to open up show all available services.
  6. Look for FortiClient Service Scheduler. Switch Startup type to Manual.
  7. Restart your computer.

 

http://www.hongjun.sg/2014/12/how-to-stop-forticlient-from-starting.html

Mac: Preferenze di sistema, tastiera, abbreviazioni per menu complicato

Ci avete mai badato che non funziona… quando creare uno shortcut nelle preferenze di sistema della tastiera, per una specifica voce di menu, non univoca, diciamo, dd esempio “Albums” in iTunes che è presente in più punti dei vari suoi menu. Quindi che fare? …visto che in questo modo la combinazione di tasti sarà assegnata alla prima voce che il sistema trova e che quindi non sarà necessariamente quella che a noi interessa. La soluzione esiste e consiste nel indicare l’intero percorso di menu separato da una semplice combinazione di “->”. Scrivetelo pure nelle lingua in cui usate l’applicazione.

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Fiatelle, una cascata di ricordi

Le fiatelle sono dei dolci fritti e zuccherati, dalla tipica forma tonda e schiacciata, molto comunemente preparati nei luoghi di divertimento, e spesso venduti dagli ambulanti.

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Tutti noi vorremmo prepararle a casa nostra per fare felici i nostri bambini o per ricordare attraverso il loro sapore la nostra infanzia o alcuni momenti di gioia; eccovi quindi una ricetta che li riprodurrà fedelmente; l’unico accorgimento che dovrete usare sarà quello di non fare entrare nessuno in cucina prima di avere finito di friggere le fiatelle, se non volete che scompaiano in un batter d’occhio!

Ingredienti per l’impasto:

Zucchero 50 g
Sale fino 10 g
Lievito di birra 25 g
Latte 250 ml
Burro 100 g
Scorza di limone 2
Farina Manitoba 500 g
Baccello di vaniglia 1

Ingredienti per cospargere:

Zucchero q.b.

Ingredienti per friggere:

Olio di semi q.b.

Preparazione delle fiatelle:

Togliete il burro dal frigorifero e lasciatelo ammorbidire a temperatura ambiente, per agevolare la cosa, soffiate direttamente col vostro fiato, meglio se dopo un pranzo abbondante a base di verza e cotenne perché così la temperatura sarà più alta e donerà alla preparazione il caratteristico aroma invitante.
Mettete in un contenitore il latte a temperatura ambiente, scioglietevi il sale, lo zucchero e aggiungete la scorza grattugiata dei 2 limoni.

Versate il composto di latte in una planetaria munita di gancio per impasti (o in un recipiente capiente se lavorate l’impasto a mano) e aggiungete i semini della vaniglia e 1/3 della farina; impastate bene fino ad ottenere una pastella fluida e poi aggiungete il lievito sbriciolato. Lavorate ancora per qualche minuto e fiatate sul preparato, poi aggiungete, un po’ alla volta, tutta la restante farina e continuate a impastare fino ad ottenere un composto morbido ed elastico, quindi incorporate anche il burro ammorbidito e lavorate ancora l’impasto finchè risulti morbido ed elastico.

Ungete di olio di semi (meglio se di arachide) i palmi delle mani e anche l’interno di una ciotola abbastanza grande. Prendete l’impasto, ponetelo nella ciotola e spennellate leggermente la sua superficie con dell’olio di semi di arachide; mettetelo a lievitare per circa 1 ora e 1/2 ponendo la ciotola in un luogo privo di correnti d’aria e fonti di calore, che potrebbero fare ammorbidire troppo il burro contenuto nell’impasto: tenete presente che l’impasto dovrà raddoppiare il suo volume.

Inumidite uno strofinaccio da cucina pulito con la vostra saliva e coprite l’impasto delle fiatelle: questo servirà a prevenire il formarsi di una crosticina dura sulla superficie. Quando l’impasto delle fiatelle avrà raggiunto il doppio del suo volume, trasferitelo su un piano e formate un lungo bastone che taglierete a pezzetti del peso di circa 100-110 gr e formerete delle palline appoggiando le palline su una spianatoia e modellandole con una leggera pressione del palmo della mano.

Disponete le palline su di un canovaccio pulito e asciutto, distanziandole tra di loro di almeno 2-3 cm; ricopritele con un altro canovaccio, attendendo circa 20 minuti per la seconda lievitazione. Passati i 20 minuti, allargate con le mani le palline di impasto per renderle piatte e circolari (dovrete allargarle ottenendo un diametro di circa 20 cm), rendendo molto sottile (quasi trasparente) il centro della fiatella e lasciando i bordi un po’ più spessi.
Ponete dell’olio di semi (meglio se di arachide) a scaldare sul fuoco: l’olio per friggere le fiatelle, deve essere caldo ma non bollente (circa 170°); potreste fare una prova friggendo un piccolo pezzetto di impasto: se il pezzetto di pasta diventa dorato lentamente l’olio è pronto. Se invece il pezzetto di pasta si scurisce troppo in fretta, vuol dire che l’olio è troppo caldo e c’è il rischio che le fiatelle si brucino. Immergete la frittella nell’olio e aspettate che si colorisca da entrambi i lati.

Quindi scolatele con l’aiuto di due forchette e passatele nello zucchero semolato e ricopritele (senza sgocciolarle su carta da cucina) di zucchero semolato, facendolo aderire su entrambi le superfici.
Adagiate le fiatelle già pronte su un vassoio e servitele immediatamente.

Le fiatelle devono essere consumate ancora calde o al massimo entro qualche ora dalla preparazione, perché conservino intatte tutta la loro fragranza.

Dima per braccio Pro-Ject 8.6/8.6c/8.6cc

A questo link PJ86 potete trovare una dima che ho realizzato appositamente per le geometrie dei bracci Pro-Ject da 8,6 pollici. La dima funziona come tutte le dime di questo pianeta a due punti. Anche se devo ammettere che il massimo della libido nella taratura dei giradischi Pro-Ject l’ho raggiunta con lo strumento che la Pro-Ject stressa ha messo appunto e di cui vi parlerò magari in seguito.

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La genete dell’argine

La gente dell’argine è brutta

La gente dell’argine è cattiva

La gente dell’argine è tremenda

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Alla Luna Crescente

Fu un solo istante, e fu estate per un solo momento, in quel gelido dicembre del 1977. Gatto Rosso comparve nella stessa ora in cui gli scolari si accalcano al cancello della loro scuola. Nemmeno io avevo avvertito la sua presenza ma Gatto Rosso seppe lasciare il segno anche questa volta. Margherita ritrasse, con la sua istantanea, la scena e testimoniò a tutti la sua presenza anche se, Gatto Rosso, sostanzialmente, come dice Onorio, non fece nulla di complicato per nascondersi. Al parco, giorni dopo (ma non ricordo con precisione quanti), trovai la lettera che Gatto Rosso scrisse per Adolfo ma che non ebbe mai, il coraggio, di inviare. Uno scritto di disarmante e paradossale lirismo. A dire il vero non credo che Adolfo avrebbe potuto percepire lo spessore dello scritto, sarebbe finito tra i tanti ciclostilati del partito che usava gettare nel cestino di legno e avorio che era ubicato nella sua camera da letto. La stagione successiva sarebbe stata quella dell’estro per Gatto Rosso e sapevamo tutti che non avrebbe fatto ritorno prima della primavera successiva. Quindi, per quale motivo Gatto Rosso lasciò la lettera per Adolfo nel parco? Solo perché io o Margherita potessimo leggerla? Non credo… la sua vita ci pareva sempre più complessa e destrutturata nonostante ogni cosa. Ancora una volta ci aveva lasciati afoni, cercandolo e inutilmente urlando il suo nome.

In fondo, lo so…

In fondo, lo so… è un anno che Ricky ha smesso di avere paura ma realizzo solo ora che una parte di me non c’è più. No, non sono le esperienze comuni, le parti di famiglia condivisa o quanto vissuto in maniera parallela ma distante. E’, appunto in fondo, qualcosa di più materico, carnale e tangibile. Come poterlo spiegare… è qualcosa di dentro, qualcosa di organico… ecco, deve essere affine al DNA… le parti comuni sono anche genetiche. In fondo ci assomigliavamo pure e similmente soffriamo, solo che ormai lui, senza forze, non ha saputo trovare una roccia a cui aggrapparsi per non essere risucchiato verso il baratro.

In fondo, non so mai se l’ho visto felice. In fondo, non so se sono mai stato felice.

xpcd: Info.plist does not contain an XPCService dictionary

State usando Mac OS X 10.9.X? Un antipatico messaggio fa capolino nella vostra console? …come questo?

xpcd[154] Info.plist does not contain an XPCService dictionary: /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc

Ecco la soluzione:

1. Open Terminal

2. Backup the /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc/Contents/Info.plist file. This command will make a copy of the file on your desktop in case anything goes wrong:

cp /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc/Contents/Info.plist ~/Desktop/Info.plist

3. Enter this command to add the XPCService dictionary to the SecurityAgent.xpc Info.plist:

sudo defaults write /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc/Contents/Info.plist XPCService -dict-add ServiceType System

4. Next convert the plist back to the XML format it was originally in with this:

sudo plutil -convert xml1 /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc/Contents/Info.plist

5. Finally make sure the permissions are how they were originally by running these commands:

sudo chown root:wheel /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc/Contents/Info.plist
sudo chmod 644 /System/Library/Frameworks/Security.framework/XPCServices/SecurityAgent.xpc/Contents/Info.plist

6. Restart your computer for good measure. If all went well, the XPCD errors should be gone from the console.

Basta chiedere di usare un disco con TimeMachine… basta!!!

A volte, bisogna dirlo, quella richiesta ricorrente di usare un disco esterno con TimeMachine è veramente antipatica. Volete che per un detarminato disco non accada più?

Create un file con nome “.com.apple.timemachine.donotpresent” nella root del disco… e non vi verrà più chiesto di usarlo per TimeMachine… e su ogni Mac di questo pianeta.

Create questo file dalla shell, da terminale, entrate nel volume montato e date il comando:

sudo touch .com.apple.timemachine.donotpresent

Diski 2016a… in arrivo!

Pianificata la nuova versione, per il vero abbastanza repentinamente a seguito di un piccolo bug scoperto. Non preoccupatevi, nessuno danno ai vostri archivi riguarda solo l’accuratezze delle statistiche sullo sfruttamento delle ubicazioni e, in alcuni casi eccezionali, nell’inventario.

In questi giorni mi sto interrogando se continuare ad usare Dialog per la generazione delle finestre pop-up. Il supporto per FileMaker 14, che nel frattempo è diventato 15, non è ancora arrivato e l’autore di Dialog latita sugli aggiornamenti. Ormai sono due di attesa… non so… forse è meglio trovare una soluzione alternativa anche se molto impegnativo riscrivere tutto il codice per un altro plug-in.

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Isola Prigioniera

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Island, invidia lacustre

 

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Immagine

Maternale

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Bash: cancellare directory ricorsivamente

Ho avuto la necessità di cancellare una determinata directory da un albero complesso.

con il solito rm -rf non funziona… quindi ho creato questo script

#!/bin/bash
# this script find and delete a Directory Recoursively in a complex tree
# by andrea perdicchia
# vers. 0.1
# idea http://wooledge.org:8000/BashFAQ/030

if [ -z $@ ]; then
echo "Please insert a directory";
else
read -p "Are you sure? (yes|no) " key
if [ $key == 'yes' ];then
find . -iname $1 -print0 | while read -r -d $'' f;
do
echo "Delete $f";
rm -rf $f;
done
else
echo "Nothing to do..."
fi
fi

Usatelo con cautela.

 

https://servizieinformatica.wordpress.com/2009/03/22/cancellare-directory-ricorsivamente-bash/

L’acquisto del Vinile Usato Vademecum Essenziale per Neofiti (e non solo)

Condensato, in un solo articolo, tutto quello che c’è da sapere… il Bignami del collezionista.

Quando parlo della mia raccolta di vinili, una domanda che mi sento spesso rivolgere è “dove li trovi?”
Domanda che ovviamente ne compendia molte altre: a quale costo, con quanta facilità, con quanta affidabilità… Escludendo le nuove pubblicazioni, una risposta singola, sintetica alla domanda non è possibile darla; vediamo quindi i vari aspetti dell’acquisto nel mercato dell’usato,  per chi vi si indirizzi per la prima volta, o vi si dedichi solo occasionalmente.

ACQUISTO DIRETTO O ACQUISTO IN RETE?

Le modalità di acquisto del vinile usato sono naturalmente due: l’acquisto diretto e l’acquisto online; entrambe presentano vantaggi e svantaggi, che sono meno ovvi di quanto possa sembrare. Normalmente si assume che l’acquisto diretto metta al riparo da ogni possibile sgradevole sorpresa, e che quindi sia preferibile all’acquisto online: logico, ma non è del tutto così ovvio.

Intanto, rispetto ai costi: se è vero che l’acquisto diretto consente la possibilità di valutare di persona il vinile, evitando la spesa, l’attesa e i rischi della consegna via posta, è anche vero che negozi dell’usato non se ne trovano ovunque, e comunque spesso la scelta che essi offrono è normalmente piuttosto limitata per quantità e qualità. In un negozio si prende quel che c’è, e anche le numerose fiere del disco sparse un po’ in tutta Italia non necessariamente offrono tutto quel che si cerca. Certo, l’acquisto online implica spese di spedizione che sono sempre significative (poi le vedremo), però in caso si acquistino due o più album da un solo venditore, esse si abbattono proporzionalmente.

Ma nemmeno le fiere sono gratis: tra biglietto di ingresso, costi di viaggio e varie ed eventuali, la spesa può essere non indifferente, senza nemmeno la garanzia di trovare ciò che si cerca. Da questo punto di vista, la rete offre praticamente tutto quel che si può desiderare, o almeno quello che è teoricamente reperibile, per quantità e qualità: se cercate un certo titolo, magari in una specifica edizione, in condizioni per voi accettabili (e perché no, entro un certo prezzo), dovete avere una fortuna pazzesca per trovarlo in un negozio dell’usato, in una fiera le possibilità sono maggiori ma certo tutt’altro che garantite, mentre in rete lo trovate di sicuro.

Poi è vero che la valutazione de visu mette al riparo da brutte sorprese sulle condizioni di copertine e del vinile, ma è anche vero che un conto è avere il disco in mano, un altro farlo suonare e il disappunto è sempre dietro l’angolo per un prodotto così delicato come il vinile: salti, fruscii, scrocchi sono da mettere in conto anche per il vinile apparentemente più lucido e di bell’aspetto (sic!). Succede spesso anche con i dischi nuovi, figuriamoci…

Un aspetto abbastanza trascurato è il malaugurato caso di insoddisfazione per l’acquisto; restituire un disco ad un negozio è una cosa in teoria abbastanza semplice (e sottolineo in teoria, poi vedremo perché), ma la restituzione di un disco acquistato ad una fiera è cosa molto più complicata: bisogna accordarsi preventivamente con il venditore, quindi contattarlo e accollarsi le spese di spedizione (fidandosi della sua lealtà nella restituzione della spesa). Oppure, aspettate la prossima fiera alla quale il venditore sia presente, sperando che non sia troppo lontana e troppo in là nel tempo; per un vinile del costo di una ventina di euro, siete disposti a mettervi in una di queste imprese? Più spesso ci si tiene la sòla e buonanotte alla bellezza di comperare i dischi di persona.

Paradossalmente, è un problema di più facile soluzione con gli acquisti online fatti compiuti attraverso i vari siti specializzati; la clausola di restituzione è prevista e codificata: si contatta il venditore, si restituisce il disco e si viene rimborsati di tutte le spese (salvo il caso in cui sia specificato che la restituzione è a carico dell’acquirente: meglio accertarsene prima). Ma pure su questo torneremo in seguito.

Un ultimo ma fondamentale aspetto da considerare è il costo degli lp. In fiera, e spesso anche nei negozi, normalmente è un po’ più alto rispetto a quello che a parità di condizioni si trova in rete, e non è difficile immaginare perché: costi di gestione del negozio o di affitto dello spazio della fiera (e nelle fiere più importanti è davvero rilevante: arriva a qualche centinaio di euro per un paio di metri…), spese collaterali da sostenere, e infine… la concorrenza. Il fatto è che, per strano che sembri, alle fiere e per negozi girano più acquirenti inesperti di quelli che bazzicano i siti in rete: tirate voi le conclusioni. Se si tratta di pezzi da 15 o 20 euro, le differenze nei prezzi ci stanno tutte, ma fate attenzione quando state per spendere più di 40 o 50 euro per un titolo: smartphone alla mano, confrontate sempre il prezzo con quel che offre la rete.

CERCARE IN RETE

Internet ha giocato un ruolo importante nella rinascita dell’interesse per il vinile, mettendo a disposizione degli utenti un catalogo vastissimo nel quale pescare titoli altrimenti inarrivabili, e specularmente aprendo ai venditori un mercato grande virtualmente quanto il mondo. Di più: ha permesso anche a privati (collezionisti, ma non solo) di vendere album che altrimenti sarebbero stati in gran parte destinati a languire in scaffali o ripostigli assortiti.

Acquisti in rete e acquisti fisici, in negozio, non sono alternativi ma complementari, in quanto (privati a parte) generalmente chi vende in rete gestisce un negozio o prende parte a fiere e mercati. Le stesse fiere sono un’occasione per i venditori di allargare la propria clientela online. Questo significa che quando acquistate un disco attraverso internet, nella stragrande maggioranza dei casi lo acquistate da un venditore professionista o semiprofessionista, esattamente come se lo comperaste dal suo negozio. Ovvio, resta la differenza del toccare con mano ciò che si compra, non è poco ma vedremo come la differenza sia meno sostanziale di quanto si possa pensare; in ogni caso vi dovrete fidare del venditore, in un modo o nell’altro…

I siti cui rivolgersi sono numerosi, e vanno dalle piattaforme dedicate ai siti dei singoli negozi sino al contatto personale: le condizioni preliminari restano la fiducia, la sicurezza del pagamento e quella della consegna. Andiamo con ordine.

Il mercato dell’usato per antonomasia è eBay, nelle sue varie filiali mondiali. A parte il sito italiano (nel quale troverete comunque anche oggetti messi in vendita in altri paesi europei) per il vinile i siti di riferimento sono quelli inglese e statunitense, e poi quello tedesco ed eventualmente quello giapponese, naturalmente a seconda di cosa state cercando: se cercate i vinili dei Popol Vuh, andate direttamente in Germania…

Il principale vantaggio di eBay è una tutela del cliente di eccellenza, oltre ad una ampia offerta, la possibilità di vedere immagini reali dell’oggetto acquistato e un sistema di valutazione del venditore (i feedbacks) altamente affidabile; insomma si può trovare di tutto, sapendo cosa si compra, da chi e con la garanzia di una protezione che copre i rischi dell’acquisto: oggetti non conformi alla descrizione, mancata consegna, problemi col pagamento, eccetera.

Tutto questo ha un costo, si capisce: non tanto per voi (si pagano solo oggetto e spedizione), ma per i venditori che pagano delle commissioni piuttosto alte per le inserzioni e le vendite; il che significa che normalmente i dischi in vendita su eBay hanno un costo lievemente superiore a quello di altre piattaforme, e quello lo pagate voi.

In eBay ci sono tre forme di acquisto: asta, acquisto diretto (BuyItNow o CompraloSubito), proposta di acquisto. L’asta è divertente da fare, ma se il disco è interessante rischia di far lievitare il prezzo a cifre anche astronomiche, e in ogni caso occorre attenderne la fine (tipicamente sette giorni) per sapere se ci si è aggiudicati l’oggetto del desiderio, col rischio di vedersi superati negli ultimi dieci secondi: inutile fare offerte prima della scadenza prossima, si alza il prezzo e basta; conviene fare il proprio rilancio negli ultimi quindici secondi… Il CompraloSubito ha una durata di trenta giorni: il prezzo è quello, come in un negozio, si compera e via, senza però possibilità di mercanteggiamenti. Questi ultimi sono previsti quando compare la formula Fai Un’Offerta: in quel caso si fa la propria offerta partendo dalla base richiesta; se il venditore l’accetta, il disco è vostro con un po’ di risparmio. Quanto? Un ribasso del 10-20% è generalmente accettato; di più, dipende. Tenete conto che avete una sola pallottola da sparare, cioè potete fare solo una offerta e se non è accettata, o pagate il prezzo intero o ciccia; quindi se il disco vi interessa davvero, fate i vostri conti. Un suggerimento: non tediate il venditore con mail lamentose o con blandizie varie, giustamente si irriterà e basta… se è italiano: se è estero manco vi risponderà (altrettanto giustamente); nei due casi finirete con buone probabilità nella loro lista nera e vi bloccheranno: certi clienti è meglio perderli che trovarli, fatevene una ragione. Evitate poi di proporre scambi al di fuori di eBay con accordi privati. Intanto per risparmiare una manciata di euro (non più del 10-15% del prezzo in ogni caso) perderete tutti i diritti di protezione, ma soprattutto è illegale e se il venditore segnala il fatto (o se eBay se ne accorge) verrete sbattuti fuori da eBay. Considerate che l’unico interesse che il venditore può avere è piazzare un disco in più, ma se è un professionista che ne piazza un centinaio e più al mese, il gioco proprio non vale la candela.

Le alternative ad eBay sono diverse: CdandLP, Discogs, Gemms, MusicStack, PriceMinister, la stessa Amazon… Il loro funzionamento è analogo: ci si registra, si trova il titolo, si piazza l’ordine e si paga (chi l’avrebbe mai detto eh?). La scelta di venditori e titoli è amplissima e da tutto il mondo, spesso comunque i venditori mettono il loro catalogo in più piattaforme.

Non ci soffermeremo in descrizioni dettagliate dei vari siti (si fa prima a darci una occhiata), ma di un sito almeno occorre invece parlare: Discogs. Intanto perché è un sito creato da appassionati di musica e funziona piuttosto come comunità libera, ma soprattutto perché è diventato il vero riferimento degli amanti del vinile per varie ragioni. Innanzitutto perché è il più affidabile termometro del prezzo delle varie edizioni degli album; in secondo luogo perché di ogni edizione è meticolosamente riportato ogni dettaglio: catalogo, anno, track list dettagliata, matrici, credits dettagliati, particolarità di copertina ed etichetta, e spesso delle foto che mostrano copertina, etichetta e altro della edizione descritta: non si può sbagliare. Essendo un sito americano, il sistema di valutazione è quello americano, il Goldmine Standard (vedremo più sotto in cosa consiste); ogni venditore generalmente aggiunge delle note per chiarire lo stato del vinile che vende, il che è utile visto che, a differenza di eBay, non ci sono foto degli oggetti in vendita, il che è un limite, ma va detto che a richiesta i venditori generalmente sono molto disponibili a fornirne.

Come per eBay e gli altri siti, l’affidabilità dei vari venditori è descritta dal sistema dei feedbacks: si fa presto a capire quanto ci si può fidare, ma in genere i sellers di eBay e Discogs sono persone serie. E non fa differenza se il venditore è un privato o un professionista, non vuol dire granché, state tranquilli. Tra un collezionista che vende alcuni suoi titoli e chi si trova in casa qualche vinile che cerca di sbolognare prima di buttarlo c’è la stessa differenza che intercorre tra un grosso negozio che tratta vinili da trent’anni con competenza e serietà e chi svuota cantine un tanto al chilo e poi cerca di farci su due soldi. Non ci vuole una laurea in economia e commercio per capire con chi si ha a che fare. E lo stesso discorso vale se vi capita di entrare in un negozio che vende tramite un suo sito l’usato che rientra. Fidarsi della reputazione (feedback) è essenziale, e nel dubbio chiedere foto e dettagli.

Quanto al pagamento, un bell’account PayPal risolve pressoché ogni problema: è gratis per chi acquista, si può attivare con qualsiasi tipo di carta (anche prepagata), rapido e facile da usare, il venditore riceve immediatamente il denaro, fornisce la più ampia protezione in caso di problemi ed è accettata dalla quasi totalità dei venditori in rete, soprattutto all’estero. Poi, ci sono naturalmente gli altri sistemi, soprattutto se acquistate in Italia: bonifici, contrassegno, PostePay, eccetera.

PLEASE, MR. POSTMAN!

Per un amante del vinile, niente è come scartabellare album tra gli scaffali. Surfare in rete è una emozione molto diversa: non dà lo stesso brivido, ma il trovare sei o sette copie di un titolo ricercato e valutare quale sia il migliore da prendere è comunque un bel cercare. Ovviamente, una volta che si è deciso di prendere qualcosa, in negozio paghi e te lo porti via, in rete… no.

Intanto ci sono da pagare le spese postali, e nel caso di un LP sono sempre piuttosto rilevanti; è altamente consigliata sempre la spedizione via raccomandata: costa qualche euro in più, è più lenta ma è sicura e tracciabile. In Italia l’alternativa è il paccocelere, veloce e sicuro. Tenete conto che il costo è il medesimo sino a 3-4 lp, il che consente di abbattere proporzionamente le spese. Quantificando, la spesa dall’Italia o da un paese UE è grossomodo la stessa, nell’ordine di una decina di euro; dagli States o dal Giappone la cosa cambia, ovviamente. In particolare dagli USA il costo di spedizione è particolarmente salato.

I problemi della spedizione postale sono presto riassunti: rischi di smarrimento (quasi inesistenti con la raccomandata – in inglese Registered Mail), di danneggiamento, di consegna a domicilio. Assicurare il pacco costa praticamente quanto un singolo lp: calcolate quando ne val la pena; personalmente, in tanti anni e in centinaia di acquisti da tutto il mondo, m’è capitato un paio di volte di ricevere dei pacchi frantumati… Se invece il pacco si smarrisce (ma con la raccomandata non succede), se acquistate tramite eBay o con PayPal verrete rimborsati, in modo anche abbastanza semplice e veloce, altrimenti contattate il venditore e cercate un accordo: di solito si trova.

Poi ci sono i tempi di consegna: da paesi dell’Unione Europea variano da pochissimi giorni a un mese, non c’è regola; mediamente diciamo sui 7-14 giorni.

Un problema sono invece le spese doganali per una spedizione extra-UE: di regola comportano una tassa del 40% del valore dichiarato (alla faccia, eh? E hai voglia a dichiarare che è un oggetto usato…); se però il valore dell’oggetto è inferiore (o uguale) a 18 dollari, allora la dogana lo lascia passare senza tassarlo. Regolatevi di conseguenza.

SULLA PSICOLOGIA DEI VENDITORI DI DISCHI

L’acquirente di un qualunque bene è sempre una brutta bestia, l’acquirente di dischi lo è di più (anche voi, sì, poche storie): cavilloso e camurrioso, sospettoso, lamentoso e tendente all’insoddisfazione, e si potrebbe continuare. Si potrebbero scrivere libri sulla psicologia e sul carattere degli acquirenti di dischi: beh, sono stati scritti, da “Alta fedeltà” di Nick Hornby a “L’ultimo disco dei Mohicani” di Maurizio Blatto, e l’acquirente non ne esce mai bene. Siamo fatti così: lo dimostra già il semplice fatto che state leggendo queste righe.

Bene, i venditori di dischi usati sono peggiori. Sappiatelo. Intanto perché hanno a che fare con cotanta clientela, e scusate se è poco. Poi per loro natura: vendono oggetti che rappresentano la loro massima (e insana) passione e intanto che desidererebbero vendere titoli rari, pregiati (e costosi), si trovano a vendere ciò che trovano, e spesso sono i primi a rendersi conto che la loro merce ha limiti e difetti. Situazione frustrante, va riconosciuto.

Nei casi peggiori – rari eh? ma non infrequenti –, sono convinti di vendere vere opere d’arte su cui ritengono di possedere un superiore diritto d’expertise artistico e tecnico, il che rende costoro saccenti, superbiosi e, a seconda dei casi, impazienti e incazzosi, oppure olimpici e superiori con una degnazione supponente, talvolta sprezzante, che non è meno fastidiosa. Non sempre, intendiamoci, e soprattutto non tutti: nella loro gran parte dei venditori sono persone simpatiche, comprensive, pazienti e disponibili, ma non si può mai sapere. Il fuoco cova spesso sotto la cenere, e in linea generale rompere gli zebedei al prossimo non è una cosa socialmente accettata, per cui cercate di tenere a freno i vostri istinti belluini.

Ora, il mercato dell’usato per sua natura favorisce la contrattazione e il mercanteggiamento (ancora una volta, parleremo in seguito di come si forma il prezzo del vinile usato), ma occorrono al tempo stesso tatto, strategia e sicurezza in queste operazioni. Se ben condotte, di solito portano ad un piccolo risparmio sulla spesa, del resto il venditore mette preventivamente in conto un piccolo sconto quando prezza un disco, ma non è detto; l’irritazione del venditore è una epifania frequente – e visti i soggetti, dati causa e pretesto, mai piacevole, ve lo garantisco – che può arrivare talvolta al secco e sgarbato rifiuto di vendere il disco in questione, nemmeno al prezzo iniziale richiesto. Fate voi. Tenete conto di un paio di cose: la tediosità dell’acquirente raggiunge tante volte livelli inenarrabili, e rischiate di pagarne voi le conseguenze. Io sono una persona pacata e cortese, ma mi è successo di sentirmi apostrofare in modo assai poco urbano per una semplice domanda sulla trattabilità di un prezzo (“se non ti garba, metti giù il disco e vallo a cercare da qualche altra parte, se lo trovi”) o anche semplicemente per averlo chiesto (“metti giù le manacce che è già venduto”). Casi limite, ma capitati più o meno a chiunque abbia questa passione: certo, se andate a comperare una maglia o un frigorifero non vi succederà, ecco…

In ogni caso, se da un venditore (tipicamente nell’acquisto diretto, di persona) si acquistano due o più album è lecito e accettato chiedere un piccolo arrotondamento, pressoché sempre concesso; ma chiedetelo col dovuto rispetto che manifestereste a Don Vito Corleone (tutto pensavo nella vita, ma non di stendere un manuale di galateo).

Soprattutto, cercate di capire che non si diventa ricchi vendendo dischi: chi lo fa, lo fa principalmente per passione, e di solito quel che guadagna gli basta per sbarcare il lunario in modo appena decoroso (o per arrotondare, nel caso venda dischi come seconda attività). Infine, i dischi usati non nascono sugli alberi: chi li vende, se li procura con quel che gli viene offerto (anche qui con mercanteggiamenti da suk mediorientale) oppure se lo deve andare a cercare attraverso canali più bizzarri, oscuri, non sempre nobilissimi e mai semplici. Qualche volta, il venditore fa il colpaccio: ad esempio quando acquista un tanto al chilo stock di centinaia di vinili dai parenti di qualche collezionista passato a miglior vita (eh beh), oppure va a svuotare cantine e soffitte chiuse da anni, e in mezzo a tanto pattume sonoro trova qualche gioiello, ma resta una vitaccia. Avventurosa, se vogliamo anche eccitante, ma comoda e ricca di sicuro no. Mai.

Detto tutto questo, considerate sempre le reazioni possibili del venditore se doveste andare a protestare e restituire un disco, sia pure con tutte le vostre ottime ragioni.

LA FORMAZIONE DEL PREZZO

La determinazione del prezzo di un vinile usato non segue in alcun modo quello degli altri beni di consumo, e si capisce: non ci sono spese di produzione industriale, spese di distribuzione e anche i margini di guadagno del venditore che normalmente oscillano dal 25 al 50% (a seconda del bene, degli interessi del commerciante e della richiesta dei clienti) nel caso del vinile usato sono aleatori e variamente casuali. Se un venditore ha la fortuna di metter le mani per una pipa di tabacco su un titolo di un qualche valore (capita spesso), il prezzo di vendita può eccedere anche cinque o sei volte (se non di più) la spesa iniziale…

Certo, esistono eccome dei riferimenti: il Record Collector’s Guide inglese ad esempio, pubblicato annualmente, riporta puntigliosamente il valore di mercato corrente di ogni edizione a seconda delle condizioni; ma intanto è valido per il mercato inglese (quindi i prezzi sono in sterline, con quanto ne consegue), e poi la valutazione delle condizioni complessive di un disco (copertina, buste, vinile, etichette…) resta una faccenda con ampi margini di discrezionalità e di soggettività. E questo vale anche per ogni altra classificazione suggerita, online (ci sono numerosi siti dedicati) e cartacea (libri e riviste di settore). Come si diceva sopra, una occhiata a Discogs dà una idea già precisa del valore corrente di qualunque edizione.

Come che sia, nessuna di queste pubblicazioni spiega il perché del prezzo, il quale in soldoni segue una semplicissima e aurea regola: il valore di un disco è dato dai soldi che qualcuno è disposto a spendere per averlo. In effetti, ogni valutazione riportata non è che la media dei prezzi ai quali un certo titolo è stato venduto: un determinazione ex post, non ab ante, dunque. Il sito Popsike, ad esempio, dà conto in tempo reale delle ultime vendite online: data di vendita, prezzo più alto, prezzo medio, condizioni del disco, piattaforma di vendita. Ottimo per farsi una idea, così come è utile il sito Music Price Guide.

I parametri considerati da venditori ed acquirenti sono numerosi: la rarità certo, ma anche la quantità delle richieste, poi le condizioni della copertina, degli inserti, delle etichette e naturalmente dei solchi. Rarità e quantità delle richieste vanno di pari passo fino ad un certo punto: ad esempio, la prima stampa inglese di “Relayer” degli Yes è tutt’altro che rara, e non è impossibile trovarne delle copie in condizioni perfette sotto tutti gli aspetti, eppure esse raggiungono sistematicamente quotazioni alte (quantomeno per un acquirente medio); per non parlare della prima edizione (nemmeno stampa) inglese di “The Dark Side Of The Moon”: anche la più scadente viaggia oltre i 100 euro. Certo, l’album degli Spring (Neon Records) è molto raro, vista la tiratura iniziale e il successivo fallimento dell’etichetta, quindi ricercato e costosissimo (la prima stampa va dai 600 euro in su), ma ogni disco e ogni edizione fanno storia a sé, quindi il neofita è bene non dia mai nulla per scontato. Le differenze di prezzo tra una edizione e l’altra di uno stesso titolo, anche vicine tra loro, possono facilmente essere soggette a variazioni anche notevolissime.

Ultima raccomandazione: non commettete mai l’errore di spendere cifre importanti pensando che siano comunque un investimento garantito nel tempo; non lo sarà mai, ci perderete sempre e più avanti spiegheremo perché. E non fatevi intortare dal fatto che il venditore scriva “raro!” o cose simili nella descrizione di un disco: è uno specchietto per le allodole (o per i tordi, meglio); chi cerca un disco lo sa già se è raro, e quanto. Il più delle volte è raro per il venditore che ce l’ha per le mani per la prima volta, oppure è di una rarità che non interessa a nessuno. O magari non è raro affatto.

PERCHÉ VOLETE ACQUISTARE IL VINILE?

Non è una domanda banale, anche se ciascuno sa bene perché cerca il vinile, in generale o alcuni titoli in particolare. Copertine e artwork originali, qualità del suono, versioni originali dei brani e delle tracklists, collezionismo, titoli altrimenti introvabili in cd… le ragioni sono tante. Ma chi non pratica sistematicamente questi acquisti, anche se sa cosa cerca e perché, di alcune cose è bene sia avvertito.

Innanzitutto, non tutte le edizioni di un titolo sono uguali. Da una stampa all’altra normalmente cambia qualcosa: i colori della copertina, la carta, gli inserti, le etichette, la grammatura del vinile e soprattutto la qualità del suono non sono mai tutti uguali. Ci sono delle precise ragioni tecniche per cui questo accade: normalmente dalle seconde e terze stampe scende la cura nella realizzazione del prodotto per ragioni principalmente economiche; la stampa della copertina si fa più frettolosa, gli inserti spariscono, la grammatura si riduce e più che alla qualità si bada alla quantità delle stampe per soddisfare le richieste.

Per fare un esempio, personalmente ho acquistato una decina di copie di “Tubular Bells” di Mike Oldfield: prime e successive edizioni inglesi, italiane, ristampe per audiofili di ogni grammatura, eccetera. Non ce ne sono due dagli stessi colori di copertina: le diverse tipografie hanno usato macchine, inchiostri e copie del colophon diversi; azzurri e verdi poi sono tonalità di colori molto difficili da rendere fedelmente. Inoltre, il tempo scolora gli inchiostri e la diversa cura nella conservazione delle copie ha fatto il resto. Di fatto, rendetevi conto che anche se comperate la miglior copia esistente di un titolo che abbia più di quarant’anni, in nessun caso la copertina avrà mantenuto esattamente e perfettamente la tonalità dei colori originali; guardate la foto delle quattro copertine di “Relayer” degli Yes: tre di queste sono prime edizioni, sapreste dire quali? (Vi aiuto: quella in basso a sinistra è una delle tre).

Sovente le differenze sono davvero impercettibili, per carità, ma di sicuro anche dal punto di vista del suono la qualità delle prime stampe è ineguagliabile. La ragione è sempre tecnica: per la stampa del vinile si predispone un master in metallo (metal master) dal quale si ricava per incisione una copia (lacca) per la pressatura, e questa prima tiratura viene definita A1/B1 (cioè prima stampa dei lati A e B). Da questo prima copia si ricava un secondo master (generalmente per pressatura, più raramente per incisione), poiché dopo un certo numero di copie stampate il master si deteriora; dal secondo master si ricavano le copie A2/B2 e intanto da esso si predispone il master per le copie A3/B3, e così via. Ovviamente, di passaggio in passaggio la qualità dei master sia pure quasi impercettibilmente scade, e conseguentemente le prime stampe sono quelle qualitativamente migliori e quelle più ricercate da appassionati e audiofili. E altrettanto ovviamente, le prime stampe sono in genere più costose (e più difficili da trovare).

Attenzione comunque a distinguere le prime stampe dalle prime edizioni: non sono la stessa cosa. Per prima edizione si intende la realizzazione seriale delle copie nell’anno di pubblicazione di un titolo, ma una prima edizione è fatta, soprattutto per i dischi di grossa tiratura, da più stampe, dalla A1 fino alla A6 e anche oltre. Non di rado poi, si trovano dischi con stampe miste, ad esempio A2/B3, a seconda dei master usati per le due facciate (o quattro o sei nei casi dei dischi doppi o tripli). Le stampe A1/B1 sono definite “First Press”, le stampe successive delle prime edizioni, dalla A2/B2, in poi sono le “Early Press”, quindi sono seconde o terze (o ennesime) stampe della prima edizione. Con “Later Press” normalmente si indicano delle stampe di anni successivi, mentre con “Re-Press” si indicano riedizioni molto ulteriori. A far testo restano comunque catalogo e matrici: “First” e “Early Press” hanno sempre lo stesso numero di catalogo: “Later Press” e “Re-Press” possono indifferentemente mantenere il catalogo originale, averlo lievemente modificato o essere diverso, non c’è regola fissa. Inoltre, una prima stampa o una prima edizione di un paese diverso da quello originale (ad esempio la stampa americana di un titolo inglese) per gli audiofili vanno considerate alla stregua di una “Early Press”, in quanto provengono da un master di seconda generazione. Che poi i laboratori di un paese diverso possano produrre dei dischi di qualità eccellente, se non addirittura superiore, è un altro discorso (tipico l’esempio delle stampe tedesche o giapponesi), senza contare che da un certo punto in poi – all’incirca dall’avvento degli anni ’80 – le grandi case discografiche in Europa per alcuni titoli optavano a volte per laboratori esteri che lavoravano su grande scala (tipicamente l’Olanda), con quel che ne consegue.

Altra possibile e importante distinzione tra le varie edizioni è data dalla grammatura, cioè dal peso del vinile. Un peso maggiore significa un maggiore spessore del disco, il che permette un tempo di pressatura (cioè di trasferimento delle informazioni magnetiche) più lungo, e il risultato è un disco inciso con più cura, dal suono più preciso e centrato, oltre che più stabile, meno sensibile alle vibrazioni e alla deformazione. Ok, è roba da audiofili, ne convengo, ma intanto valore e prezzi sono determinati da questo.

Sino al 1973, i dischi avevano una grammatura normalmente abbastanza consistente, dai 150 grammi in su. La crisi petrolifera del ’73 comportò per il mercato musicale una ridotta disponibilità della materia prima e un suo costo maggiore, conseguentemente la grammatura dei dischi si ridusse, soprattutto quella delle ristampe.

Le grammature sono diverse: si va dai 110-120 grammi (i dischi che ballonzolano solo a tenerli in mano) e 130-150 (le edizioni standard) in su, per arrivare ai 180 grammi delle edizioni tipiche per audiofili, sino ai ricercati 200 grammi, prodotti di alta fascia (e alto costo).

“LEGGERE” IL VINILE

Ogni copia di un disco ha un suo numero di catalogo e riporta le informazioni tecniche di cui sopra. Normalmente, le riedizioni successive di un titolo, pubblicate in anni seguenti, sono contrassegnate da un numero di catalogo diverso, ma non sempre. A fare testo restano comunque le informazioni sulla stampa incise (in inglese “etched”) sul run-off, cioè lo spazio privo di solchi tra i brani e l’etichetta: codice del disco e della matrice (A1, A2, ecc) vi sono regolarmente riportati, a volta accompagnati da altri segni (triangoli, lettere, barre, siglature, ecc) che servivano essenzialmente allo stampatore nel suo lavoro. In certi casi, vi si trova il nome stesso dello stampatore, a mo’ di firma e di marchio di qualità: la stampa dei dischi è una faccenda delicata, e la precisione dell’operatore determina la qualità dell’incisione che verrà riprodotta. Il più celebre stampatore inglese tra gli anni ’70 e ’80 era George Peckham, che usava contrassegnare il suo lavoro con i suoi nomignoli, “Porky” e “Pecko”.

Tra una edizione e l’altra, spesso le fantasiose etichette degli anni ’70 cambiavano, e di conseguenza la presenza di una etichetta piuttosto di un’altra già distingue le prime edizioni dalle ristampe.

Fate bene attenzione a questi dati: i venditori più seri e preparati sono estremamente puntigliosi nel riportarli; altri non lo fanno, vuoi perché ignorano la questione o la storia di ogni singolo disco (non possono sapere tutto), vuoi per furbizia. Se avete il disco in mano, informatevi prima e controllate; se acquistate online e il venditore non riporta le informazioni, chiedetele, magari anche chiedendo foto di copertina, inserti, etichette e run-off; a volte i venditori le inseriscono autonomamente, più spesso sono disponibili a fornirvele e comunque sono tenuti a rispondere alle vostre richieste di informazioni. Se non lo fanno, evitate di comperare: il rischio concretissimo è di pagare una copia molto al di là del suo valore, con quel che ne consegue. Basta una scritta minuscola nel retro di copertina a distinguere una edizione da un’altra, un simboletto in più o in meno sull’etichetta, e il valore disco varia anche del 50% e più. Manie da collezionisti? Può darsi, ma chi siete voi per giudicare le fisse altrui? (In ogni caso state tranquilli: ci pensano le loro mogli a castigarli a dovere. Posto che ne abbiano una, s’intende…). E comunque, se trovate il tutto complicato, macchinoso, astruso, beh, i soldi sono vostri…

Informarsi preventivamente sulle varie edizioni e sul loro relativo valore non è comunque difficile, basta dedicarci un po’ di tempo. I siti specializzati nella vendita di vinile usato (poi vedremo quali) riportano già tutti i dati essenziali; la storia di ogni singolo titolo (o di ogni singolo artista) dovrebbe ciascuna essere raccontata da un articolo dedicato, ma in rete si trovano decine di siti che se ne occupano: un po’ di tempo per leggerli (accompagnato magari da un po’ di conoscenza dell’inglese) è tempo ben speso.

EVERY PICTURE TELLS A STORY

Il vinile è nero, è una cosa che sappiamo tutti. Beh, è falso: la pasta di vinile è in origine trasparente. Se normalmente gli lp sono neri è per un’altra ragione: sin dall’inizio l’industria musicale per risparmiare ha riciclato i dischi invenduti, ritirati o difettati, ma in caso di vinile trasparente questo avrebbe comportato dischi più opachi, dalla colorazione sporca. Si optò quindi per l’aggiunta di pigmentazioni nere che avrebbero risolto il problema alla radice.

Nella realizzazione di un lp si possono usare due tipi di vinile: quello che contiene una parte di pasta riclicata, e quello vergine, che non ne contiene. Gli audiofili si dividono in due schiere sulla qualità delle due paste: chi sostiene che sia migliore il vinile non vergine, perché essendo più morbido ha una cedevolezza sotto il peso della testina che ne permette una più accurata tracciatura, adattandosi ai suoi movimenti e microvibrazioni; e chi sostiene che il vinile vergine suona meglio perché essendo meccanicamente più rigido, permette una stampa più precisa e nel tempo sia meno soggetto alla deformazione dei solchi. C’è una parte di ragione in entrambe le posizioni: mi limito ad osservare che si finisce coll’attribuire all’origine del vinile utilizzato difetti o qualità che dipendono anche da tanti altri fattori. Senza contare il fatto che non tutte le paste sono uguali, anzi: già la qualità del petrolio varia a seconda della provenienza; celebre è l’esempi degli album stampati in Inghilterra negli anni ’70 dalla DJM (la casa discografica di Elton John): se osservati in controluce appaiono trasparenti e di una curiosa tonalità rosso rubino, peraltro diversa di disco in disco.

Il vinile vergine permette comunque la realizzazione di lp visivamente e artisticamente diversi, curiosi, gradevoli e spesso apprezzati (e ricercati) dai collezionisti: i vinili colorati e i vinili picture, riportanti immagini generalmente della copertina dell’album. Vinile picture e colored sono due cose molto diverse, anche dal punto di vista della qualità sonora.

Il disco picture si ottiene semplicemente inserendo un cartoncino colorato con una immagine all’interno di vinile trasparente. Questo significa che la quantità di pasta impiegata è inferiore a quella dei normali lp, il che comporta tempi di pressaggio inferiori e quindi una qualità sonora generalmente peggiore (in taluni casi anche di molto).

Il disco colorato è invece ottenuto miscelando pigmenti colorati alla pasta trasparente. A dispetto di quanto taluni sostengono, la qualità sonora dei dischi colored non è affatto inferiore ai normali dischi neri, anzi: è vinile certamente e rigorosamente vergine. Un problema tuttavia c’è, ma sta da un’altra parte. Nell’ultimo quarto di secolo sono comparse sul mercato numerose copie di titoli più o meno classici in versione colored, ma spesso sono copie pirata, che provengono da master di assai dubbia origine (mai comunque originali), creati attraverso duplicazioni di cd o derivati da master di ennesima generazione. Lo stesso processo di stampa non ha gli standards qualitativi dei laboratori utilizzati dalle case ufficiali (e si capisce), quindi la qualità del suono di questi dischi è normalmente piuttosto inferiore a quello dei dischi originali.

Come si riconoscono? A trarre in inganno è il fatto che questi vinili dichiarano l’etichetta ufficiale: i casi più eclatanti sono quelli di due serie di vinili colorati di Pink Floyd – etichettati Capitol, la casa americana del gruppo – e Led Zeppelin: di copie pirata trattasi. Una ricerca sui cataloghi dei vari artisti chiarisce generalmente ogni dubbio su questi vinili, ed è la sola via.

Certo, anche le case ufficiali hanno pubblicato e pubblicano edizioni limitate colored di qualche titolo: “Goodbye Yellow Brick Road” di Elton John in versione gialla, o il “Dark Side Of The Moon”, stampato in Germania nel ’77 in vinile bianco sono due esempi. Senza contare i casi celebri del primo album dei Faust, del 1971, originariamente in vinile trasparente, e della prima edizione di “Speaking In Tongues” dei Talking Heads (1983), sempre trasparente, realizzata dal pittore Robert Rauschenberg.

C’è poi il caso di una serie di ristampe ufficiali prodotte talvolta in vinile colorato su licenza della casa madre da etichette specializzate come la Music On Vinyl o la Back To Black della Universal: si tratta di tirature limitate che si affiancano alle normali edizioni in vinile nero (ad esempio “Kind Of Blue” di Miles Davis, in blu, o “Demons And Wizards” degli Uriah Heep, in colori diversi); ad essere dubbia qui è la masterizzazione utilizzata, sovente la più recente rimasterizzazione digitale, con quel che ne consegue; si tratta comunque di dischi ufficiali e di buona qualità di stampa.

Attenti a quello che comperate dunque, non fatevi ingolosire dal glamour dei colori…

SISTEMI DI CLASSIFICAZIONE

Lo stato di conservazione di un disco viene classificato secondo due metodi, quello inglese e quello americano, anche se le differenze tra i due sono minime (ma importanti da riconoscere). Queste categorie riguardano generalmente la copertina e il vinile, ma nel caso di dischi più ricercati e costosi descrivono anche inserti, costina ed etichette del vinile.

Il metodo inglese prevede queste tipologie, descritte in sintesi:

  • still sealed – SS (ancora sigillato)
  • mint (nuovo o virtualmente nuovo, mai suonato – almeno teoricamente)
  • near mint (usato pochissimo e in perfetto stato)
  • excellent (usato, ma in buone condizioni)
  • very good (molto usato, ma ancora utilizzabile)
  • good (già candidabile alla spazzatura)
  • fair (ripescato dalla spazzatura)
  • poor (spazzatura non ripescabile)
  • bad (… fate voi)

Il metodo americano, il Goldmine Standard, differisce da quello inglese per l’assenza della categoria Excellent: la locuzione Very Good identifica perciò l’usato… usabile tout court. Filosofie diverse, se vogliamo, dovute anche al fatto che nell’epoca d’oro del vinile (anni ’60-’70) le edizioni americane ed inglesi (e in generale europee) differivano per grammature, qualità di stampa e soprattutto materiali e stampe delle copertine; tipicamente le copertine americane erano di cartoncino più robusto e di assemblaggio più solido, e sono dettagli che nel corso del tempo fanno la differenza. Ma la questione fondamentale è che l’utente medio americano ha un approccio meno feticista al prodotto disco, per cui quel che è usato, è per l’appunto usato e tanto basta. L’avvertenza è dunque, quando si acquista online, quella di sapere da chi si sta comperando e operare l’eventuale equivalenza tra i due metodi.

Per dettagliare ulteriormente le condizioni, è uso in molti casi accompagnare alle classificazioni elencate i segni plus (+) e minus (–), in pratica mezzi scalini, o altri fantasiosi arricchimenti (strongly – robusto; almost o near – quasi, o altri poetici parti della fervida fantasia dei venditori). Ogni dettaglio in più è utile, nessuna discussione, ma la tara resta personale e opinabile: rendetevi conto che il disco è un prodotto delicato e le aspettative sulla sua qualità sono sempre strettamente personali (così come i vostri soldi). Certo, se correttamente conservato e utilizzato con cura e attenzione, un vinile può suonare per decenni in modo splendido, e le copertine perdere in minimissima parte il loro splendore, ma sono casi percentualmente piuttosto rari.

Tornando alle classificazioni, per noi europei torna comodo quando nel metodo americano si utilizza la definizione Very Good +, perché siamo certi che corrisponde almeno al nostro Excellent (e non di rado qualcosa in più). Tenetene conto se acquistate online in quello che è probabilmente il sito migliore e più specializzato nella vendita dell’usato, Discogs, che è americano anche se una gran parte dei venditori che vi troverete sono europei.

VALUTARE LA QUALITÀ DI UN VINILE

Se la qualità e la conservazione di copertine e inserti è una questione squisitamente visuale (ovvio: servono ad esser guardati) e di immediata comprensione per chiunque, ben altra faccenda è la valutazione del disco.

Spesso nelle inserzioni online il venditore specifica che la valutazione del vinile è visuale, il che significa che non è basata su una prova d’ascolto. Un buon segno di onestà (o se vogliamo un metodo per pararsi il… ok); ma quando comperate il disco di persona non fate altrimenti, vi fidate del vostro occhio e delle vostre impressioni.

Ora, è abbastanza ovvio che più un disco è stato suonato, più le prestazioni decadono. In via teorica, un certo numero di ascolti implicano un abbassamento del volume del suono (o almeno, così dicono i tecnici); se comunque è stato suonato con testine di livello, in condizioni normali e correttamente tarate nel peso e nell’antiskating, un disco suonerà meravigliosamente sempre. Tarature errate o eccessive danneggiano variamente i solchi, deformandoli o consumandone la parte esterna, con quel che ne consegue: fruscii, distorsioni, alterazione dei volumi dei due canali, eccetera. Bene, queste sono cose che visivamente non si possono vedere. Un vinile può apparire lucido, privo del minimo segno e frusciare lo stesso. Punto.

La questione è che la valutazione visiva (vostra o altrui) dice qualcosa, magari anche tanto, ma certo non tutto, in alcun modo: ho sentito e letto di troppi dischi nuovi di stampa, lucidi e tirati, presentare fruscii anche molto fastidiosi e non solo nei momenti di silenzio o di bassi volumi musicali, figuriamoci i dischi usati. Comunque, i parametri visivi sono ovvi: ondulazioni, lucidità della superficie, rigature e segni, aloni, macchie e impronte varie, sono un indice abbastanza certo dello stato di conservazione del vinile, ma tenete conto di alcuni fattori.

Estraendo il disco dalla busta, succede che si righi superficialmente: bello non è, ma questo di solito non compromette in alcun modo la riproduzione in quanto le rigature riguardano la superficie, cioè la cresta del solco, mentre la testina lo legge in profondità, quindi niente paura. Le rigature che si sentono sono quelle molto profonde e ben visibili.

La lucidità del disco poi non vuol dire molto: intanto dipende dalla pasta del vinile usata; non tutti i dischi sono lucidi allo stesso modo, e alcuni non lo sono affatto. Polvere e macchie si possono togliere e compromettono la qualità solo se entrano in profondità nei sochi, ma questo non lo potete vedere, e in ogni caso si possono togliere, tutte e sempre, e gli eventuali problemi scompaiono. Così come gli infausti “toc” del disco non sempre sono dovuti a strisci: se il toc è singolo e non ripetuto è certamente causato da sporcizia tra i solchi. A volte anche un salto (skip) ha questa origine. Un bel lavaggio e passa tutto.

Comunque, un disco usato andrebbe lavato sempre, a meno che non l’abbia già fatto il venditore stesso; a volte lo dichiara, a volte lo si vede, comunque una lavata in più male non fa di certo, se è fatta con un minimo di criterio.

Sappiate che è buona norma lavare anche i dischi nuovi, oh yes. È vero che vengono lavati già all’origine, per togliere i residui di lavorazione dello stampaggio, ma quando leggete le lamentele su dischi nuovi che frusciano e presentano dei toc e altri rumori, in una buona parte dei casi si tratta soltanto di dischi non lavati a sufficienza. Oppure si tratta di semplici scariche elettrostatiche che vanno eliminate con liquidi antistatici, e questo vale anche per i dischi usati. Poi c’è anche qualche caso di disco stampato male, certo.

I metodi di lavaggio dei dischi sono una vexata quæstio che esula dall’argomento che trattiamo: in rete si trova di tutto, ciascuno ha il suo metodo infallibile e poi ci sono i metodi istituzionali (macchine lavadischi, misture e liquidi di ogni sorta, e altro ancora). Se quel che dovete lavare è una decina di dischi, una vaschetta di acqua demineralizzata tiepida (mai oltre i 25°!), qualche goccia di detersivo per piatti e una spazzola morbida passata rigorosamente nel senso dei sochi, seguiti da un robusto risciacquo sempre con acqua demineralizzata danno già buoni risultati. (Io uso una lavatrice ad ultrasuoni da 6 litri e acqua demineralizzata, seguiti da una spruzzata di liquido antistatico della Knosti, per la cronaca). Se alla fine il disco fruscia ancora, ve lo tenete così: vuol dire che è stato suonato in maniera non corretta.

Tornando a noi, un buon indicatore a vista dell’uso di un vinile è dato dal foro centrale: se non presenta slabbrature e l’etichetta non ha lievi rigature in corrispondenza del foro, vuol indubitabilmente dire che il vinile o è stato usato poco, o comunque è stato usato con cura. In caso contrario… beh, ognuno si farà la sua idea.

Il fatto è che a suonare sono i solchi: il loro stato e la loro eventuale deformazione non sono visibili a occhio nudo, si apprezzano solo al microscopio (!) e ancora resta una valutazione visuale.

Ah, naturalmente date (o fate dare) una occhiata anche alla vostra puntina e alla taratura della testina e dell’antiskating: non sia mai che i problemi nascano da lì. Eh beh.

E SE VOLESSI VENDERE?

Tralasciamo del tutto ogni considerazione sul perché possiate voler vendere alcuni dei vostri dischi: lo sapete voi, e tanto basta. Quello in cui vi posso aiutare è capire quanto può valerne la pena, e a cosa andate incontro.

Vendere dischi non è semplice, se li si vuol vendere e non svendere, intendo. Se avete letto i capitoli precedenti, vi sarete fatti una idea di come vanno le cose in questo particolare mercato, sulle sue regole e le sue pratiche, saprete quantificare il valore commerciale di quel che volete vendere e quindi vi farete delle previsioni su quanto potete ricavare, specie se sapete di possedere titoli che hanno una certa quotazione. Bene, non fatevi illusioni, non riuscirete a realizzare quanto credete e sperate. Non voglio scoraggiare nessuno: al contrario, avere una chiara consapevolezza delle cose vuol dire non andare incontro a delusioni e disamoramenti.

Innanzitutto, sappiate che è difficile vendere un lp: per quanto il mercato dell’usato sia vasto, l’offerta lo è di più, e a scarseggiare in proporzione sono proprio gli acquirenti. Se anche mettete in vendita un titolo che ha un certo pregio e una potenziale clientela interessata, nove volte su dieci il vostro disco non lo venderete, in quanto prima di spendere una qualsiasi somma, l’acquirente interessato ci penserà su sino allo sfinimento. E questo è ancora il minore dei problemi, perché… beh, facciamo un esempio e vediamo di capire come stanno le cose.

Supponiamo che vogliate vendere la vostra copia di “Collage” delle Orme, prima stampa in ottime condizioni, diciamo EX+. Il suo valore di mercato va dai 40/45 euro in su, anche molto su: dipende dalle condizioni, ma oltre i 60 deve essere proprio intonso (oppure… mah…!). Voi lo sapete e vi “accontentate” di 45, grossomodo il valore con cui lo avete sempre stimato e giusto per essere equi: in quelle condizioni è un ottimo prezzo. Piazzate l’inserzione in eBay e vi mettete in fiduciosa attesa. Perché eBay? Perché lì la clientela è molto più numerosa, perché il vostro disco sarà visibile in foto e perché gli utenti di Discogs tendono a diffidare di chi ha pochissimi feedback…

Bene, a quel prezzo ce ne sono in giro già quattro o cinque: perché un acquirente dovrebbe acquistarlo da voi, che siete neofiti e con una reputazione (feedback) pari a zero o poco più, quando allo stesso prezzo lo può avere da un negoziante che di feedback ne ha svariati centinaia se non migliaia, e che ha una esperienza e una credibilità ben superiore alla vostra? Voi da chi preferireste acquistare? A parità di prezzo, non ci può essere gara: quindi, dopo un po’ abbassate il prezzo sino a renderlo assolutamente conveniente, diciamo 35 euro (e son già tanti, 30 sarebbe meglio, ma siamo ottimisti). Col che, addio comunque ad una prima bella fetta di ricavo.

Dopo di che, non è per niente detto che riusciate a venderlo subito, ma prima o poi sì, basta non avere fretta… Quando ci sarete riusciti, dovrete pagare le commissioni a eBay (e a PayPal, se avrete usato quel metodo di pagamento che comunque favorisce l’acquisto per la sua comodità e sicurezza), cioè una somma intorno ai 5 euro, il che vuol dire che rispetto alle previsioni il vostro capitale si è svalutato di circa un terzo. E vi sarà andata ancora bene, perché almeno l’avete venduto e in tempi non biblici. Se poi vendete il pezzo davvero raro di altissimo pregio, diciamo la prima stampa tedesca di “Hosianna Mantra” dei Popol Vuh, o la prima stampa di “Sulle corde di Aries” di Battiato, che stanno sui 200 euro e oltre l’uno, non sarà più semplice, intanto perché le persone disposte a spendere quelle cifre non sono tantissime, e poi – siamo sempre lì – prima di dare quei soldi ad un venditore con pochissimi feedback, beh, ve li dovrete sudare, ammesso che li prendiate tutti (anche lì, con una detrazione di una trentina di euro di commissioni s’intende). Se invece poi volete vendere titoli di relativo o basso valore, sui 15/20 euro, o dimezzate il prezzo o non li venderete mai, sempre ammesso che li vendiate.

L’alternativa a questo punto è vendere il vostro “Collage” ad un commerciante di dischi usati, in negozio o in fiera. Quanto pensate di realizzare? Considerate che il venditore dovrà avere il suo guadagno, diciamo un 30%, e che deve essere ragionevolmente certo di poterlo vendere. Tralasciando le furbate che potrà fare – e che a voi non racconterà di sicuro – vi offrirà una cifra tra i 20 e i 25 euro (nel migliore dei casi). Se poi trovate qualcosa da lui che vi può interessare, gli scambi sono sempre accettati e un piccolo sconto sugli acquisti lo spuntate di sicuro, ma questo è il massimo che ne ricaverete.

Quando vi dicevo che in nessun caso gli acquisti che farete possono essere considerati un investimento, ecco che vi ho dimostrato perché. I dischi sono vostri, i soldi pure: se ritenete comunque preferibile ricavare qualcosa da un disco che non vi interessa più, piuttosto che lasciarlo lì a fare museo, questo è lo stato delle cose…

CONCLUDENDO

Il mercato del vinile usato non è una cosa semplice, ve ne sarete resi conto. Coloro che acquistano il vinile possono essere suddivisi in tre categorie generali: gli audiofili, che cercano il suono originale degli album; i collezionisti, che amano l’oggetto e sono affascinati da quel che rappresenta; gli appassionati che riassumono un po’ – ma solo un po’ – degli interessi delle altre due categorie, senza averne le conoscenze e le fisse quasi maniacali. Il problema è che il mercato – i suoi riferimenti, il suo sistema di valori (e i suoi prezzi) – è determinato da audiofili e soprattutto dai collezionisti. O se ne impara l’abc, o si va incontro a cantonate non indifferenti e a delusioni cocenti. E costose.

Certo, ci vogliono tempo, dedizione, attenzione e passione, ma sono energie che vengono ripagate dal piacere della scoperta e del possesso. Il vinile usato è una forma di modernariato, ma anche da questo punto di vista sono ben poche le cose che sanno trasmettere le stesse emozioni. Dopotutto, è di questo che viviamo, no?

http://www.artistsandbands.org/ver2/articoli/generi-musicali/7369-lacquisto-del-vinile-usato-vademecum-essenziale-per-neofiti-e-non-solo

Domandone: How to add a Static Route (persistent) in Sun Solaris

To add a Static Route in Sun Solaris operating system, you can use the route command. This will dynamically update the Kernel IP Routing table. However, when a server is restarted, these routes will be lost. To prevent this from happening, add a startup script S76static-routes with all the route commands for the static route that needs to persist. This will ensure that the route gets added at boot time.

To use the route command,

Syntax:

# route add [net|host] <Addr> netmask <Mask> [GatewayAddr|-interface ] <metric>

Example:

Add a network

# route add net 10.10.10.0 netmask 255.255.255.0 192.168.1.1 1

same as

# route add 10.10.10.0/24 192.168.1.1 1

Add a host

# route add host 1.1.1.1 netmask 255.255.255.0 192.168.1.1 1

same as

# route add 1.1.1.1/24 192.168.1.1 1

To route the traffic through an interface instead of an IP Gateway

# route add 1.1.1.1/24 -interface hme0

To check that the roots are added to Kernel IP Routing table,

# netstat -rn

Routing Table: IPv4
Destination           Gateway           Flags  Ref   Use   Interface
——————– ——————– —– —– —— ———
192.168.1.0          192.168.1.1        U         1    273  hme0
224.0.0.0            192.168.1.1         U         1      0   hme0
default              192.168.1.1          UG        1    196

Static Routes at boot time

To make the routes available at boot time so the next time when the server reboots, the routes are still available. Add a startup script named as

/etc/rc2.d/S76static-routes

and add the required route commands as above.

Change the permissions for the file so that the file is executable by root.

# chmod 744 /etc/rc2.d/S76static-routes

This should help.

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Pessime notizie, come al solito…

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Me. Inside A Jar

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Vorrei fossi cannella, per un momento soltanto

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